Da quando è in sella a Tripoli, Fayez Al Sarraj è sempre stato indicato come un uomo dal limitato tempo politico a disposizione. Non appena vi erano delle novità nello scacchiere libico, subito dell’attuale premier si è detto che era prossimo alla fine delle sua esperienza. Una constatazione spesso fatta ad esempio dall’Italia, che pure ufficialmente ha sempre puntato su di lui a prescindere dal colore del governo a Palazzo Chigi. Ed è proprio questo il punto, su cui anche in Libia oggi si sta discutendo parecchio: alla fine è stato Al Sarraj, pur essendo perennemente in procinto di cadere, a veder passare davanti diversi governi italiani durante il suo mandato e non il contrario. Anche se adesso effettivamente forse passerà la mano, il premier libico può vantare una longevità politica che nessun suo interlocutore italiano ha avuto. E, sotto i baffi, forse lo stesso Al Sarraj di questo dato ne tiene conto.

Da Renzi a Conte

Quando Fayez Al Sarraj è sbarcato a Tripoli per assumere la guida del governo, a Palazzo Chigi sedeva Matteo Renzi. Il contesto di allora, tanto in Libia quanto in Italia, era radicalmente diverso. Era il marzo del 2016 e al di là del Mediterraneo si provava a dare seguito agli accordi di Skhirat, firmati nel dicembre 2015, facendo insediare per ragioni di sicurezza in una base militare non distante dalla capitale libica il nuovo esecutivo. Il nome di Al Sarraj era uscito fuori a sorpresa dai colloqui di pochi mesi prima. La sua era la classica figura sconosciuta, da mettere al timone per garantire determinati equilibri. Per questo nessuno immaginava che il suo governo sopravvivesse a tante compagini italiane nel frattempo subentrate. Matteo Renzi sembrava saldamente ben ancorato a Palazzo Chigi in quel frangente. Dagli Roma poco prima erano trapelati anche piani che ponevano il governo guidato dall’ex sindaco di Firenze alla testa di un’operazione militare anti Isis, visto che il califfato avanzava a Sirte.

La gestione è stata poi sbrigata direttamente da Washington, che da Tripoli ha ricevuto una richiesta di intervento ufficiale. L’Italia di Renzi però ha inviato in Libia 300 uomini nell’ambito della missione Ippocrate, il cui compito è stato soprattutto quello di addestrare le forze locali e curare un ospedale da campo installato a Misurata. Appena pochi mesi dopo la sconfitta al referendum costituzionale ha provocato la caduta di Matteo Renzi. Al Sarraj ha visto così per la prima volta un cambio di interlocutore. Nel dicembre del 2016 a Palazzo Chigi si è insediato Paolo Gentiloni. Con lui, ma soprattutto con il ministro dell’Interno di quel governo, ossia Marco Minniti, il premier libico ha stipulato il memorandum sull’immigrazione. Mentre durante questa fase più volte di Al Sarraj è sembrato sul punto di cedere per via delle pressioni delle milizie interne e del sempre maggior controllo sul territorio assunto dal generale Khalifa Haftar, nel giugno del 2018 a Palazzo Chigi si è avuto un altro avvicendamento. Il fino ad allora sconosciuto avvocato Giuseppe Conte ha preso il posto di Gentiloni a seguito del patto tra Movimento Cinque Stelle e Lega due mesi dopo il voto tenuto nel marzo di quell’anno. Al Sarraj, nel frattempo sopravvissuto agli assalti militari di Haftar e alle minacce delle milizie, nei giorni scorsi ha dovuto annotare la caduta di un altro esecutivo italiano molto meno longevo del suo.

La mancanza di continuità nelle interlocuzioni

Non è soltanto una questione di statistiche, né tanto meno una semplice curiosità. A Tripoli oramai ci scherzano su: “Dall’altra parte del Mediterraneo hanno notato come un premier debole perennemente sul punto di cadere ha visto passare davanti a sé quattro diversi governi italiani in 5 anni”, ha dichiarato una fonte diplomatico ad InsideOver. Ad ogni insediamento, Al Sarraj e il suo entourage hanno dovuto cominciare da capo interlocuzioni e rapporti con i vari nuovi inquilini di Palazzo Chigi. Non solo: per Tripoli è stato ogni volta difficile capire i nuovi orientamenti dei vari governi italiani sul dossier libico. Nel giro di poco tempo si è passati da un rapporto incondizionato con Al Sarraj a un’equidistanza tra Tripoli e il generale Haftar, fino al sostanziale immobilismo degli ultimi anni. Anche questo ha contribuito a un arretramento del ruolo dell’Italia nel dossier libico e alla ricerca di nuove alleanze da parte del redivivo premier tripolino.

Quest’ultimo a inizio 2021 ha provato a rilanciare i suoi rapporti con Roma. Ma dovrà attendere l’esito della nuova crisi di governo per comprendere in che modo potrà muoversi con l’Italia nel prossimo futuro. Vale per il suo esecutivo, così come per il successore: questa volta Al Sarraj dovrebbe realmente passare il testimone, visto il percorso politico intrapreso nelle ultime settimane in cui sotto l’egida delle Nazioni Unite si sta cercando di dar vita a un nuovo governo unitario. Nulla però è scontato. Nemmeno che un nuovo eventuale timoniere di Palazzo Chigi arrivi a vedere da presidente del consiglio l’insediamento del successore di Al Sarraj.