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Guerra

Al Pentagono conta averlo alto. Il testosterone

Il testosterone diventa l'ennesimo terreno sul quale si misura la nuova identità delle forze armate americane.

Per decenni gli eserciti hanno misurato forza fisica, capacità cardiovascolari e resistenza allo stress. Oggi il Pentagono aggiunge un nuovo parametro: il testosterone. La decisione del segretario alla Difesa Pete Hegseth di introdurre screening annuali obbligatori per tutti i militari con più di 30 anni rappresenta molto più di un aggiornamento dei protocolli sanitari. È un provvedimento che intreccia medicina, cultura, politica e identità, diventando l’ennesimo tassello della trasformazione ideologica delle forze armate sotto la seconda amministrazione Trump.

Presentata come una misura per migliorare la “prontezza operativa“, la decisione ha immediatamente diviso endocrinologi, veterani, politici e osservatori internazionali.

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Negli ultimi anni, le truppe delle forze speciali, e in particolare i Navy SEAL, sono finiti sotto esame per l’uso di testosterone e sostanze simili al fine di migliorare le proprie prestazioni. La morte di una recluta dei SEAL durante l’addestramento nel 2022 ha portato al ritrovamento di sostanze stupefacenti in suo possesso, tra cui testosterone, e ha rivelato un consumo di droga molto più diffuso all’interno del programma d’élite di quanto si pensasse in precedenza.Un anno dopo la morte della recluta, la Marina annunciò l’ avvio di un programma di test antidroga per individuare “qualsiasi sostanza ormonale, chimicamente o farmacologicamente correlata al testosterone, che promuova la crescita muscolare”.

Dalla medicina militare alla “guerra culturale”

L’annuncio di Hegseth è semplice nella forma ma rivoluzionario nelle implicazioni. Tutti i militari statunitensi di età superiore ai 30 anni saranno sottoposti ogni anno a uno screening per individuare eventuali carenze di testosterone nell’ambito delle periodiche visite mediche già previste. I soldati più giovani potranno invece richiedere volontariamente il test. Qualora venga diagnosticato un deficit clinico, la terapia sostitutiva resterà facoltativa.

Secondo il segretario alla Difesa, il provvedimento nasce da un principio apparentemente difficile da contestare: l’invecchiamento comporta spesso una riduzione fisiologica del testosterone, fenomeno che può incidere su forza muscolare, recupero fisico, densità ossea e benessere psicologico. L’obiettivo dichiarato è garantire ai militari “le migliori condizioni possibili per operare” e preservarne l’efficienza durante l’intera carriera.

Sin dal suo insediamento, Hegseth ha costruito la propria immagine pubblica attorno al recupero del cosiddetto warrior ethos, sostenendo che negli ultimi anni il Pentagono abbia privilegiato programmi di inclusione, diversità e sensibilità sociale a scapito della preparazione bellica. Il nuovo screening si inserisce perfettamente in questa narrativa: riportare il combattente al centro della macchina militare, facendo della prestanza fisica quasi un valore identitario.

La scienza frena: “Il testosterone non è una pozione magica”

Se sul piano politico il messaggio appare chiaro, sul piano medico il dibattito è molto più complesso.

Le principali società scientifiche ricordano infatti che il testosterone non può essere valutato con un singolo esame né tantomeno trattato come un indicatore universale di efficienza militare. La diagnosi di ipogonadismo richiede infatti sintomi clinici persistenti, più misurazioni effettuate in momenti differenti della giornata e un’attenta valutazione endocrinologica.

Molti specialisti intervistati dalla stampa americana hanno sottolineato che i livelli ormonali variano naturalmente in funzione di sonno, alimentazione, stress, peso corporeo e attività fisica. Una riduzione temporanea non equivale automaticamente a una patologia.

Anche la terapia sostitutiva presenta rischi non trascurabili: può ridurre la fertilità, provocare atrofia testicolare, alterare la produzione naturale dell’ormone e aumentare il rischio di alcune complicanze cardiovascolari nei pazienti predisposti. Per questo motivo viene normalmente prescritta soltanto in presenza di una documentata carenza clinica e sotto stretto controllo medico.

Gli esperti precisano inoltre che non esistono prove solide secondo cui un aumento dei livelli di testosterone in soggetti sani migliori automaticamente prestazioni operative, capacità decisionali o resilienza psicologica in combattimento. La preparazione militare dipende da un insieme molto più ampio di fattori: addestramento, sonno, alimentazione, salute mentale, leadership e condizioni ambientali.

La nuova idea di mascolinità che arriva al Pentagono

Negli ultimi anni il testosterone è diventato uno degli elementi centrali della narrativa della cosiddetta “crisi della mascolinità” diffusa negli ambienti conservatori americani. Podcast, influencer della manosphere, commentatori politici e alcuni esponenti dell’amministrazione Trump sostengono che gli uomini occidentali stiano vivendo un progressivo declino fisico e culturale, attribuito a stili di vita sedentari, obesità, inquinanti ambientali e trasformazioni sociali.

La decisione del Pentagono sembra inserirsi proprio dentro questa cornice ideologica, trasformando un ormone in un simbolo politico. L’annuncio di Hegseth è giunto mentre il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. e altri funzionari dell’amministrazione Trump si stanno adoperando per semplificare la prescrizione di testosterone da parte dei medici. Il mese scorso, la Food and Drug Administration ha proposto di allentare i limiti di prescrizione per gel, pillole, cerotti e iniezioni di testosterone. L’etichetta attualmente approvata dalla FDA specifica che i farmaci sono destinati esclusivamente agli uomini affetti da ipogonadismo.

Diversi parlamentari democratici hanno criticato il fatto che l’iniziativa sia costruita quasi esclusivamente attorno alla salute ormonale maschile, senza prevedere analoghi programmi dedicati alle oltre 230 mila donne in servizio attivo nelle forze armate statunitensi. Anche questo elemento alimenta il sospetto che il provvedimento abbia una forte componente culturale oltre che sanitaria. Il Pentagono non ha risposto alle domande su quali ricerche o studi accademici abbiano motivato tale decisione. Non ha inoltre specificato se le soldatesse potranno essere valutate per una terapia a base di estrogeni una volta entrati in premenopausa.

In prospettiva, il programma potrebbe rappresentare soltanto il primo passo di una più ampia ridefinizione del modello di soldato promosso dall’amministrazione Trump. Dopo la revisione degli standard fisici, le restrizioni sulle politiche DEI e le modifiche relative al personale transgender, il testosterone diventa l’ennesimo terreno sul quale si misura la nuova identità delle forze armate americane.

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