C’era una volta il New York Times, l’autorevole quotidiano simbolo di buon giornalismo, imparzialità ed equità. L’illustre testata fondata il 18 settembre 1851 da Henry Jarvis Raymond e George Jones durante la presidenza di Millard Fillmore, ha però cambiato – definitivamente – pelle sotto la guida di Dean Baquet, abbandonando quei rigorosi standard che l’avevano resa famosa per diventare un giornale completamente schierato e “partigiano” a favore dei liberal e dei progressisti. L’elezione di Donald Trump aveva già evidenziato questa trasformazione in un quotidiano sostanzialmente di opposizione e adagiato sulle posizioni dei democratici e del politically correct, ma ora la trasformazione è completa.

Come nota Michael Goodwin sul New York Post, quell’equità e quelle “garanzie contro i pregiudizi politici dei giornalisti”, che hanno dato al giornale “la sua credibilità e ne hanno fatto il fiore all’occhiello del giornalismo americano” non ci sono più. “Quei giorni sono finiti – nota Goodwin – e quegli standard rigorosi sono stati erosi lentamente e poi aboliti sotto l’attuale direttore esecutivo Dean Baquet. Chi non si adegua alle opinioni del Nyt viene etichettato come razzista, omofobo, islamofobo o misogino”. E arriviamo così alla strettissima attualità. Come scrive l’Huffpost, nelle scorse ore si è dimessa l’editorialista Bari Weiss, arrivata al quotidiano dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca per rappresentare un punto di vista conservatore, se n’è andata sbattendo la porta e denunciando “un ambiente illiberale e ostile” che l’ha “illegalmente discriminata”. 

Conservatori in fuga dal New York Times

Weiss racconta qual è il clima intollerante, nei confronti dei conservatori, che si respira all’interno della redazione del New York Times. “Le lezioni che avremmo dovuto seguire dopo le elezioni del 2016 sull’importanza di capire come la pensano altri americani e di resistere al tribalismo sono state dimenticate. È invece emerso un nuovo consenso nei media ma soprattutto in questo giornale: che la verità non è un processo di scoperta collettiva, ma un’ortodossia già nota a poche élite illuminate il cui lavoro è di informare tutti gli altri”. I liberal, insomma, predicano bene e razzolano malissimo: altro che “tolleranza” e altre amenità. Non c’è nulla di più intollerante dei “progressisti al caviale”.

A inizio giugno James Bennet si era dimesso della sezione Opinioni del New York Times con effetto immediato dopo le polemiche sorte a seguito della pubblicazione dell’op-ed firmato dal senatore repubblicano Tom Cotton che invocava l’uso dell’esercito contro le violenze dei manifestanti scesi in strada a seguito della morte di George Floyd. Insieme a lui si era dimesso anche il vice Jim Dao. E questo già la diceva lunga sul clima intollerante che si respira all’interno della redazione del celebre giornale: per il New York Times, nonostante gli acclarati episodi di violenza di cui si sono resi protagonisti i manifestanti antirazzisti, è intollerabile criticarli, figuriamoci invocare l’esercito. “Abbiamo avuto un grave problema nei nostri processi redazionali, non è il primo che abbiamo avuto negli ultimi anni” aveva poi spiegato l’editore A. G. Sulzberger. “Abbiamo deciso con James che non sarebbe stato in grado di guidare la sua squadra attraverso le prossime sfide”. Contro l’editoriale si erano espressi i giornalisti del giornale, che il giorno successivo si erano dati malati in segno di protesta. Tutto questo per una semplice opinione fuori dal coro.

“In balìa di Twitter”

Il giornale sarebbe inoltre troppo in balia degli umori dei social. Nella sua lettera di dimissioni, Bari Weiss scrive che Twitter è il vero editore del giornale. “Le storie vengono scelte e raccontate in modo da soddisfare il pubblico più ristretto, piuttosto che consentire a un pubblico curioso di leggere e quindi trarre le proprie conclusioni” sottolinea Weiss, che spiega come i colleghi che le esprimevano solidarietà siano stati presi di mira dal resto della redazione. “Ci sono dei termini per tutto questo: discriminazione illegale, ambiente di lavoro ostile. Non sono un esperto legale. Ma so che è sbagliato”.

Ma questa grave forma di intolleranza non nasce per caso. Il liberalismo moderno (Inteso come pensiero progressista), come scrive Patrick J. Deneen nel suo Why Liberalism Failed, “è diventato sempre più anti-democratico e cosmopolita, proprio come altre idee universaliste che nell’arco della storia si sono piegate al progresso”. Secondo l’intellettuale conservatore, “il liberalismo moderno imporrà l’ordine liberale con la forza – attraverso una particolare forma di stato gestita da una piccola minoranza che odia la democrazia. In parole povere, se uno è un nazionalista o crede in qualsiasi religione, tradizione o comunità, allora è per definizione considerato illiberale, e quindi cattivo. Il male non può essere ragionato, ma solo sradicato. Il liberalismo, nella sua forma attuale, è quindi insostenibile e provocherà un contraccolpo”.

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