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È un G20 particolare quello che sta attraversando il sud Italia in queste ore: la pandemia, le tensioni tra grandi potenze, l’ombra della Cina sembrano pesare enormemente sull’agenda di questi giorni. Al di là delle dichiarazioni di intenti buoniste e a vere e proprie richieste con il cappello in mano, ci sono atteggiamenti che tradiscono il corso futuro della politica estera di Paesi come l’Arabia Saudita. Sono parole pacate, ben scandite, quasi melliflue quelle pronunciate dal ministro degli Esteri del Regno, il principe Faisal bin Farhan, che prima dell’appuntamento con altri omologhi del G20 ha avuto colloqui con Luigi Di Maio presso il ministero degli Esteri italiano nella capitale Roma, durante la sua visita ufficiale. Un’occasione per tirare le somme della scorsa presidenza (saudita) del G20. Le due parti hanno anche esaminato le iniziative e i risultati fruttuosi della presidenza del Regno del G20 lo scorso anno e l’importanza di seguirli e completarli durante la presidenza italiana dell’alleanza quest’anno, compresi gli sforzi compiuti per affrontare il coronavirus e per raggiungere la ripresa economica dagli effetti della pandemia.

Una politica estera tumultuosa

Riad ha molto da farsi perdonare dal consesso internazionale: in primis l’omicidio Kashoggi, poi le questioni yemenite, le continue violazioni dei diritti umani. Al cospetto dei grandi 20, però, bin Farhan sembra portavoce di una monarchia strategicamente rabbonita, ripulita, che sciorina esigenze nuove come la sostenibilità, avalla l’approccio multilateralista, chiama a raccolta le grandi potenze in nome della cooperazione internazionale e chiede di discutere del futuro della WTO. Ma è anche il Paese che sta perdendo progressivamente il suo patron a stelle e strisce, subisce sempre più spesso l’ostracismo internazionale in fatto di commercio di armi, ma soprattutto deve pensare a se stessa fuori dalla monocultura del petrolio. E non è semplice per un Paese che cammina da decenni sul filo del rasoio e che è guidato da un uomo come Mohammad bin Salman, oscurato da mille ombre. La sua Saudi Vision 2030 è la prova tangibile della necessità di un allineamento con le altre economie del G20, più dinamiche e più aperte. Il progetto lanciato nel 2016 ha puntato tutto su ospitalità, turismo, cultura, infrastrutture, salute e finanza: si tratta di settori per i quali il Regno ha bisogno di confronto, di dialogo e interconnessione; tutti atteggiamenti internazionali a cui è poco avvezza, avendo avuto per decenni spalle forti rappresentate da petrolio e protezione Usa.

Saudi Vision 2030 e l’approccio multilaterale

Del resto “una società vivace, un’economia fiorente e una nazione ambiziosa” sono i pilastri della visione che l’Arabia ha per se stessa nel futuro. Per questa ragione, già dalla sua presidenza del G20, il Paese si è quasi autointestato l’aura di nazione multilateralista: uno slogan spesso ripetuto quello del “campione del multilateralismo” durante la sua presidenza del G20. Una fase che ha avuto molto successo alla luce delle sfide poste dalla pandemia sulla logistica: il ruolo saudita fra le potenze che contano diventa quanto mai vitale ed è la precondizione per un futuro differente, in linea con le ambizioni del giovane principe. Significa accedere a un tavolo di discussione privilegiato ed è per questa ragione che durante la presidenza di Riad il meccanismo dei 20 è stato quasi plasmato per essere riadattato alle sfide globali, ma soprattutto a quelle saudite. Per questa ragione il regno ha dovuto imparare il vocabolario delle potenze democratiche: crescita economica, diritti, digitalizzazione, resilienza dei sistemi finanziari e dell’istruzione, meccanismo del debito, accesso all’energia, svolta green.

I rapporti con l’Ue e gli Stati Uniti

Il flirt presumibilmente più riuscito è quello con l’Unione europea, e il G20 è stata la camera di compensazione entro la quale realizzare questo avvicinamento. Ma il multilateralismo può essere anche la strada che consente di prendere la giusta distanza da Washington senza divorzi dichiarati: gli Stati Uniti non possono permettersi di alienarsi completamente il governo saudita; la cooperazione dell’intelligence saudita con gli Stati Uniti e Israele sulle minacce terroristiche regionali resta cruciale per le preoccupazioni per la sicurezza regionale e globale degli Stati Uniti. Diffondere l’idea e l’immagine di una potenza che dialoga con tutti alleggerisce il compromesso rapporto con gli Stati Uniti di Biden e permette di percorrere nuove strade, fosse anche solo su temi ad hoc. Del resto, multilateralismo è anche la parola chiave agitata come un vessillo dalla presidenza Biden: è qui che può punire efficacemente bin Salman senza danneggiare la relazione fondamentale tra Stati Uniti e Arabia Saudita. E Riad lo sa bene, lo accetta, abbassa la testa, si mostra dialogante, spuntando furbamente le proprie armi.