La geopolitica della corsa allo spazio
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La legge per “proteggere i nostri bambini” (Protecting Our Kids Act) mercoledì 8 giugno è passata alla Camera del Congresso statunitense con una maggioranza di 223 voti contro 204. Il 98% dei deputati repubblicani ha votato contro, dunque si tratta di un voto estremamente “partisan”, solo democratico. La legge, salvo imprevisti, è destinata a soccombere in Senato, dove i Democratici non dispongono di una maggioranza netta ed è saltata l’intesa bipartisan su un testo di compromesso, accettabile anche per i Repubblicani.

Cosa prevede? Di alzare i limiti di età dai 18 ai 21 anni per l’acquisto di armi semi-automatiche, vietare la vendita di armi non tracciabili, rinnovare la lotta al traffico delle armi, incoraggiare una conservazione sicura delle armi da fuoco (tenendole possibilmente lontano dalla portata dei bambini), divieto di produrre “calci ad urto” (un calcio del fucile speciale per sparare più colpi sfruttando il rinculo) per uso civile e divieto di vendita ai civili di caricatori con più di 15 colpi.

“Chi potrebbe mai votare contro un provvedimento che innalza il limite minimo di età dai 18 ai 21 anni per l’acquisto di armi da guerra?” si chiedeva Nancy Pelosi, presidente della Camera, nel discorso di presentazione della legge. “I Repubblicani”, è stata la risposta al momento del voto dei deputati. Tutti hanno votato contro, tranne cinque: Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, Anthony Gonzalez dell’Ohio, Chris Jacobs di New York, Adam Kinzinger dell’Illinois e Fred Upton del Michigan. Tutti loro, tranne Fitzpatrick sono candidati per la rielezione il prossimo novembre. Ci sono anche due dissidenti democratici, Jared Golden del Maine e Kurt Schrader dell’Oregon. Pure in questo caso, uno su due, Schrader, avendo perso le primarie, non ha nulla da perdere perché non è candidato. Quindi si tratta palesemente di un voto di fazione, che si basa su una contrapposizione ideologica fra i due partiti, più che sul contenuto del testo di legge.

Chiaramente il Protecting Our Kids Act, già dal nome, sfrutta l’emozione della strage dei bambini nella scuola elementare di Uvalde, in Texas, dove sono morti 19 scolari, oltre a due delle loro maestre. La strage è stata commessa da un diciottenne. Dunque la nuova legge, se passasse, vieterebbe a un suo coetaneo di comprare legalmente armi semi-automatiche come quelle usate per la strage.

Però è qui che dovrebbe sorgere il dubbio al bravo legislatore: è efficace una legge che insegue la cronaca del passato? Parrebbe di assistere ad una ennesima versione delle norme per gli aeroporti emesse, di volta in volta, dopo ogni attentato. Se il terrorista usava il taglierino, ecco arrivare il divieto dei taglierini nel bagaglio a mano; se aveva nascosto l’esplosivo nelle scarpe, ecco l’obbligo di togliersi le scarpe (ma solo nelle rotte atlantiche, come quella dell’aereo del fallito attentato), ecc… Tutte leggi che inseguono eventi che non possono chiaramente più correggere, ma non è detto che servano per eventi futuri.

Il secondo dubbio che dovrebbe sorgere è quello sulla filosofia di queste normative che colpiscono il mezzo (le armi da fuoco), ma non affrontano mai la natura del problema: la follia di chi commette le stragi e la necessità di fermarlo prima che possa premere il grilletto. Lo stragista di Uvalde, Salvador Ramos, era chiaramente e fortemente disturbato. Payton Gendron, lo stragista del supermercato Tops di Buffalo, anch’egli un diciottenne, aveva problemi mentali talmente evidenti che era stato esaminato anche in psichiatria, dopo che aveva manifestato l’intenzione di fare una strage in una scuola, un anno fa. Non era possibile prevenire la strage, invece che ricorrere a tardivi divieti per i minori di 21 anni?

La controproposta classica dei conservatori è quella di dare più armi a disposizione a insegnanti e personale scolastico, così che possano difendere lo stessi e i bambini da irruzioni di malintenzionati armati. Ma un sondaggio effettuato fra gli insegnanti del Texas, rivela che la maggioranza non vuole essere armata.

La strada più difficile, ma probabilmente quella meno demagogica e più efficace, è quella di lavorare sulla persona: concentrarsi sulla prevenzione della strage, ponendo più attenzione ai segnali lanciati dal futuro stragista. Secondo David French, editorialista conservatore, non servono tanto leggi sul “gun control”, ma semmai leggi “red flag”: una bandierina rossa idealmente piazzata su una persona critica che permetta alla polizia di disarmarla. Come spiega lo stesso French, il cui parere è condiviso anche da molti politici conservatori, le leggi “red flag” “consentono a una persona – a un familiare, un funzionario scolastico, un datore di lavoro, un agente di polizia – di andare di fronte a un giudice e ottenere un’ingiunzione che permetta il sequestro delle armi a qualcuno che ha dimostrato di rappresentare una minaccia per se stesso o per gli altri”. French constata, dalla casistica delle stragi di massa che: “Prima di tutto, la stragrande maggioranza degli stragisti ottiene le armi legalmente. Secondo, la stragrande maggioranza degli stragisti usa pistole e non armi d’assalto. Ma la maggior parte dei futuri killer fanno presagire, comunicano o pubblicizzano apertamente, in un modo o nell’altro, la loro intenzione di compiere una strage. E quindi le leggi “red flag” sono concepite apposta per affrontare questa situazione in cui qualcuno sta comunicando la minaccia al resto della comunità”.

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