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“Congratulazioni per il più grande ritorno della storia! Il tuo storico ritorno alla Casa Bianca offre un nuovo inizio per l’America e una potente riconferma della grande alleanza tra Israele e l’America. È una grande vittoria!”. Commenta così Benjamin Netanyahu la vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane del 5 novembre 2024. Parole da cui traspare entusiasmo e sicurezza riguardo al futuro dell’alleanza tra i due Stati. Tuttavia, c’è ragione di credere che la stessa euforia sarebbe stata riservata anche a una vittoria di Kamala Harris.

Quello di Bibi non è il classico commento di facciata che i capi di Stato sono tenuti a esprimere in circostanze come questa, come magari potrebbero essere quelli di alcuni leader europei, ma di congratulazioni sincere. Sembra un controsenso, ma in realtà tutto è estremamente logico ed ha a che fare con lei: l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). La più influente lobby sionista negli Stati Uniti, infatti, ha escogitato una strategia infallibile di finanziamenti rivolti a entrambi i candidati per assicurarsi che a urne chiuse il supporto a Israele non sarebbe vacillato.

L’influenza dell’AIPAC sulla politica USA

L’influenza di AIPAC sulle decisioni politiche americane è estremamente radicata, tant’è che il membro repubblicano del Congresso Thomas Massie ha confessato in un’intervista a Tucker Carlson che “ogni membro del Congresso ha un AIPAC babysitter”. Quello che però ha fatto la differenza nelle presidenziali di quest’anno è stata la strategia adottata: niente più attività di lobbying “sotto banco”, l’AIPAC ha finanziato direttamente le campagne elettorali così da garantirsi vincitori pro-Israele e da silurare eventuali voci critiche.

In un’inchiesta pubblicata il 24 ottobre 2024, Intercept rivela le cifre e l’impatto degli investimenti AIPAC sul risultato delle primarie per le elezioni presidenziali 2024. Per prima cosa è importante sottolineare che l’approccio è stato bipartitico, dunque i fondi non sono stati destinati a uno dei due partiti ma sono stati distribuiti. AIPAC ha sborsato la modica cifra di 100 milioni di dollari andando così a finanziare candidati per 386 seggi, più dell’80% dei seggi totali, 88 dei quali vinti alle primarie senza alcun avversario per il candidato AIPAC-sponsored. Per quanto riguarda invece i dati riguardanti i risultati alle elezioni generali del 5 novembre, è molto semplice misurare il successo della lobby: basta visitare il profilo instagram accuratamente aggiornato per informare gli utenti in tempo reale sul numero di AIPAC-backed candidati risultati vincitori (al momento 318).

Le pressioni sui critici di Israele

Come evidenziato anche da Intercept, non si è trattato solo di sostegno ai candidati pro-Israele ma di un tentativo di piazza pulita di tutti coloro che sostengono posizioni critiche rispetto alla politica israeliana. Gli esempi più eclatanti sono quelli di Jamal Bowmann e Cori Bush, entrambi membri della cosiddetta “Squad”, un gruppo di membri progressisti del Partito Democratico che si oppone apertamente agli attacchi su Gaza e agli aiuti militari americani.

L’AIPAC avrebbe speso 30 milioni di dollari per silurare Bush e Bowmann, trasformando la corsa di Bowman contro il democratico moderato George Latimer nella “più costosa tra le primarie della Camera nella storia”. A questo punto la domanda è: chi ha veramente vinto le presidenziali americane? Trump o la lobby? La risposta parrebbe essere “entrambi”, ma con la differenza che se per il primo la vittoria era incerta, per AIPAC era assicurata. D’altronde è naturale vincere quando si è l’allenatore di entrambe le squadre in campo.

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