Il bellicismo nostrano (come quello europeo più in generale), a ben seguirne le manifestazioni, rivela l’insicurezza delle proprie motivazioni. E lo fa proprio attraverso il perenne overperforming che lo caratterizza. Quelle che sarebbero le motivazioni razionali del riarmo e della nuova postura militarista (per dirne alcune: la guerra della Russia in Ucraina, la guerra ibrida della Russia all’Europa, il chiaro progetto degli Usa di lasciare a noi europei il peso della difesa dell’Europa) non sono ritenute sufficienti per far passare la nuova politica. Soprattutto perché, per quanto legittime, analizzate una per una, chiamano in causa le politiche europee degli anni più recenti, le decisioni prese in base a esse e i disastri che ne sono derivati.
Da qui la necessità di esagerare, di buttare sempre nuovi ciocchi nel camino delle strategie di agitazione messe in campo per convincere la gente. Un buon esempio di tutto questo è lo studio intitolato Europe’s Choice pubblicato da due centri studi norvegesi, Corisk e Norvegian Institute of International Affairs e lanciato con grande evidenza da la Repubblica con questo titolo: “Ecco perché all’Europa costa di meno finanziare l’Ucraina che affrontare un Putin vincitore”.
Ma se poi uno va a vedere lo studio, e persino ciò che correttamente scrive l’articolista di Repubblica, le cose cambiano. Perché il tema dello studio non è solo finanziare la resistenza degli ucraini ma riportare la situazione al 2022, all’inizio della guerra, cioè sconfiggere la Russia fino a farla retrocedere ai confini di allora. Impresa che, secondo tutti gli indicatori che oggi possiamo esaminare, o persino immaginare, appare francamente impossibile. E che in ogni caso, proprio secondo lo studio norvegese, richiederebbe quanto segue: “Ben 95 brigate completamente equipaggiate; tra 1.500 e 2.500 carri armati; tra 10 mila e 20 mila blindati; tra duemila e tremila cannoni; otto milioni di droni; missili con raggio d’azione superiore a 300 chilometri; uno scudo antiaereo e antimissile su tutte le regioni occidentali del Paese” (da Repubblica). Giustamente l’articolista chiosa: “Un dispositivo che pare difficile da concretizzare: non solo l’Ucraina ha carenza di soldati, ma non esiste modo di trovare così tanti mezzi corazzati e cannoni sul mercato nel giro di quattro anni”. In perfetta contraddizione con quanto sostenuto dal titolo.
Insomma, non si può fare, è un sogno, un mito. Gli ucraini non hanno i soldati (perché è sempre scontato che combattere e morire tocca a loro, mica a noi), noi non abbiamo i mezzi. E in ogni caso bisognerebbe prolungare la guerra per almeno altri quattro anni. Follia pura.
Ma non solo. Per giudizio di tutti gli osservatori, il Paese che più ha guadagnato dall’invasione russa dell’Ucraina è stato proprio la Norvegia. Ne abbiamo parlato più volte su InsideOver, per esempio qui. Da quando le relazioni energetiche tra Russia ed Europa si sono (quasi del tutto) interrotte, e i prezzi del gas naturale sono seccamente aumentati, la Norvegia ha realizzato enormi profitti con l’esportazione del proprio gas, arrivando a incassare 130 miliardi l’anno. Questo in un Paese che ha 5,5 milioni di abitanti (due volte il comune di Roma) e che si è certo mosso per aiutare l’Ucraina ma senza mostrare eccessi di generosità: 27,4 miliardi per il settennato 2023-2030, qualcosa meno di 4 miliardi l’anno.
Detto in termini molto semplici, se volete brutali: i norvegesi sono seduti nei loro salotti all’ombra della Nato con i popcorn in mano e seguono l’andamento della guerra in Ucraina come un grafico della ricchezza nazionale. Più l’Ucraina continua a combattere e l’Europa a investire nella guerra, più loro incassano. E quindi, con tutto il rispetto per la serietà e la buona fede degli studio di Corisk e Norvegian Institute of International Affairs, non ci sorprende che il consiglio sia di prolungare la guerra. Dovrebbero però provare a spiegarlo agli ucraini, che nei più recenti sondaggi si sono espressi molto chiaramente: il 69% di loro chiede la pace il più in fretta possibile.