Lina Abdelwahhab era nella sua casa a Deir Ezzor, nell’est della Siria quando è stata attaccata. Alcuni uomini armati con il volto coperto hanno fatto irruzione nella sua abitazione e hanno aperto il fuoco con il chiaro intento di ucciderla. Il commando ha però mancato il suo obiettivo: Lina è ancora viva non solo per raccontare quello che le è successo, ma anche per continuare la sua battaglia.

La donna infatti fa parte del Partito per il Futuro della Siria, una formazione politica nata nel 2018 per la creazione di una Siria in cui ci sia spazio per tutte le identità, che rinuncia alla violenza in favore di una soluzione pacifica del conflitto in corso e che promuove la parità di genere e la liberazione delle donne. Lina non è la prima esponente di questo partito ad essere presa di mira. Un mese fa, poco dopo l’inizio dell’operazione Sorgente di pace lanciata il 9 ottobre dalla Turchia contro il nord est della Siria, ad essere attaccata era stata Hevrin Khalaf. Segretaria del partito, ha perso la vita a seguito di un’imboscata lungo la M4. A ucciderla sarebbero stati alcuni membri dell’Ahrar al-Sharqiya, gruppo jihadista cooptato dalla Turchia, uno dei tanti che opera indisturbato nel nord est della Siria dall’inizio dell’offensiva turca.

Lina Abdelwahhab, come detto, è stata più fortunata della sua collega. Nonostante un colpo alla spalla e uno al viso, che aggiunta l’ha raggiunta di striscio, è ancora viva ed è stata trasportata a Qamishlo per ricevere le cure necessarie, secondo quanto riferito dal Rojava Information Center. Dal suo letto di ospedale, Lina ha raccontato la sua storia, rendendo evidenti i risvolti negativi dell’invasione turca e come gli attacchi contro le donne continuino ad aumentare.

Lina e Hevrin, una minaccia per la Turchia

L’agguato contro Lina Abdelwahhab e l’omicidio di Hevrin Khalaf non sono un caso. Inizialmente si credeva che la segretaria del Partito per il Futuro della Siria fosse rimasta vittima di un’autobomba, ma in seguito si è scoperto che era stata assassinata a sangue freddo mentre percorreva l’autostrada M4. Un messaggio chiaro che l’irruzione in casa di Lina Abdelwahhab non fa che rafforzare: se sei donna è meglio non fare politica, non lottare per i tuoi diritti, non alzare troppo la testa. Una negazione di tutte quelle conquiste che erano state fatte sotto l’Amministrazione autonoma del Rojava e che avevano spianato la strada per un cambiamento profondo della società mediorientale, normalmente dipinta come repressiva nei confronti delle donne. Il caso di Lina e Hevrin, così come quello di tante altre ragazze e donne del Rojava, dimostrava e dimostra tuttora che un mondo diverso è possibile anche in quella regione del mondo che viene spesso considerata impermeabile ai cambiamenti. Ma l’attacco contro la prima e l’omicidio della seconda possono essere letti secondo due prospettive diverse aventi risvolti differenti: come un messaggio intimidatorio e la conseguente accettazione di questa rinnovata violenza contro le donne; come la dimostrazione che la forza che le donne stanno dimostrando e il loro reclamare diritti che da sempre spettano loro sia fonte di preoccupazione, anzi di paura. Perché l’emancipazione, la parità di genere, la libertà, così come il diritto ad esprimersi e ad essere se stessi sono “armi” che possono essere usate ovunque contro i Governi oppressivi. E questi ultimi lo sanno bene, altrimenti non arriverebbero ad assoldare uomini armati per uccidere chi minaccia la loro stabilità. Di fronte a queste violenze però non bisogna abbassare la testa, come insegnano Lina Abdelwahhab e Hevrin Khalaf.