Fra fine maggio e fine luglio si è assistito ad una pericolosa escalation fra Grecia e Turchia che ha rischiato di sfociare in una guerra aperta. Tutto ha avuto inizio il 21 maggio, quando un piccolo plotone di soldati turchi ha preso possesso di una striscia di terra sotto sovranità greca lungo il fiume Evros; da quel momento in avanti il muscolarismo di Ankara nei confronti del Paese confinante è aumentato con regolarità e gradualità fino alla crisi di Castelrosso.

La prova di forza di Recep Tayyip Erdogan è stata estremamente rischiosa ma ha prodotto i risultati preventivati: le rispettive forze militari sono state ritirate dalle acque dell’Egeo e del Mediterraneo Orientale per lasciare spazio di manovra ai diplomatici, i quali lavoreranno per trovare una soluzione ai dossier che sono fonte di contenzioso permanente sin dall’epoca dei trattati di pace del primo dopoguerra, ovvero la delimitazione dei confini marittimi e le isole contese.

All’indomani del disinnescamento della crisi di Castelrosso, in considerazione dei frutti ottenuti dalla strategia, il presidente turco ha ordinato l’invio di navi da esplorazione nelle acque territoriali cipriote alla ricerca di risorse naturali. La reazione di Nicosia è stata immediata: una telefonata a Vladimir Putin.

Gli occhi turchi su Cipro

A metà luglio, mentre l’attenzione del pubblico era rivolta sulle isole greche dell’Egeo e del Mediterraneo Orientale prese di mira dal muscolarismo turco, Ankara emetteva una nota di avvertimento marittimo (NAVTEX) nelle acque rientranti all’interno della zona economica esclusiva di Cipro. Lo scopo del Navtex, pubblicato per entrare in vigore a partire dal 18 dello stesso mese, era di avvisare i naviganti della presenza della nave da ricerca turca Yavuz nell’area suscritta fino al 20 agosto.

Una volta disinnescata completamente la crisi di Castelrosso, il 28 luglio è stato emesso un nuovo Navtex destinato alle acque cipriote, valido fino al 18 agosto, per avvisare i naviganti dell’inizio delle operazioni della nave da ricerca sismica Barbaros Hayreddin Pasa. Questa volta l’emissione del Navtex non è avvenuta a scopo intimidatorio, perché la nave è stata preparata per salpare nelle ore successive e ha raggiunto le acque cipriote due giorni dopo.

La mossa, che secondo il governo è stata assunta “nel rispetto del diritto internazionale”, è il risultato di una licenza di esplorazione concessa alla Turkish Petroleum Corporation dal governo della Repubblica Turca di Cipro del Nord, lo stato-fantoccio rispondente ad Ankara costituitosi all’indomani dell’invasione turca di Cipro del 1974.

La chiamata a Putin

Il 29 luglio, ad un giorno dall’emissione del Navtex che ha annunciato l’inizio delle esplorazioni turche nelle acque cipriote, il ministero della difesa di Ankara, Hulusi Akar, ha lanciato un monito a Nicosia durante un incontro con le forze armate turco-cipriote: “Cipro: i ciprioti sono i nostri fratelli e noi siamo pronti a fare tutto quel che è necessario per proteggere i loro diritti e i loro interessi”.

La minaccia di Akar non è stata sottovalutata da Nicosia, che si ritrova in una posizione ancora più scomoda e vulnerabile rispetto ad Atene poiché non facente parte dell’Alleanza Atlantica e vittima di un’occupazione che né le Nazioni Unite né l’Ue, di cui il Paese è membro, hanno saputo risolvere. Il giorno seguente, preso atto dell’immobilismo degli alleati europei, il presidente Nicos Anastasiades ha raggiunto telefonicamente l’omologo russo, Vladimir Putin, per chiedergli di “convincere la Turchia a cessare le sue azioni illegali”.

Secondo il portavoce ufficiale del governo, Kyriakos Koushios, la telefonata è stata produttiva perché Putin si è mostrato gravemente preoccupato e “ha promesso di intervenire nei confronti di Erdogan per disinnescare la crisi ed anche di impegnarsi ad [avviare] un dialogo creativo per risolvere il problema di Cipro”.

Il capo della diplomazia del Cremlino, Sergey Lavrov, è stato immediatamente avvisato della richiesta d’aiuto lanciata da Anastasiades e nella stessa giornata è stato comunicato che si recherà nell’isola l’8 settembre per discutere dello sviluppo di un'”azione congiunta” ai fini della tutela della pace e della sicurezza nel Mediterraneo Orientale.

Nelle stesse ore, sullo sfondo della telefonata fra i presidenti e dell’entrata in scena di Lavrov, è avvenuto qualcosa di altrettanto importante ed eloquente: un incontro a porte chiuse fra il nuovo ministro della difesa cipriota, Charalambos Petrides, e l’ambasciatore russo a Nicosia, Stanislav Osadchiy. La bilaterale è stata organizzata per discutere delle provocazioni turche contro Cipro.

Petrides, che ha assunto l’incarico recentemente, è il fautore di una nuova linea politica nei confronti della Turchia, da lui definita “difensiva”, che mira a salvaguardare la sicurezza nazionale e la sovranità di Cipro per mezzo dell’ampliamento delle collaborazioni internazionali e del potenziamento delle sue capacità militari e di persuasione diplomatica.

La riscoperta del partenariato con Mosca potrebbe aiutare Nicosia a trasporre in realtà la visione di Petrides e magari fungere da ponte con Atene, che negli ultimi mesi ha lanciato diversi segnali all’indirizzo del Cremlino, manifestando la volontà di un riavvicinamento in chiave antiturca. Seguendo questa linea di pensiero, potrebbe non essere un caso che la chiamata di Anastasiades a Putin giunga a pochi giorni di distanza da quella effettuata dal suo omologo greco,  Kyriakos Mitsotakis.

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