La Germania ha chiesto alla Nato di aprire una discussione all’interno dell’Alleanza sull’offensiva lanciata dalla Turchia nel nord della Siria contro le milizie curde dell’Ypg (in curdo, Yekîneyên Parastina Gel, e cioè Unità di protezione popolare). Ad annunciare la decisione del governo tedesco, il ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel, il quale ha espresso la sua “grande preoccupazione” per l’operazione turca ed ha annunciato la scelta di Berlino di sospendere temporaneamente gli accordi con la Turchia relativi alle armi. “Ho chiesto al segretario generale della Nato di discutere, nell’ambito della Nato, della situazione in Siria e nel nord del Paese”. Queste le parole di Gabriel che aprono l’ennesimo fronte di guerra (diplomatica) fra la Germania e la Turchia, con Angela Merkel e Recep Erdogan da molti mesi in rotta di collisione. Ma sono parole che, per la Germania, hanno un significato ben preciso a seguito delle recenti discussioni sorte per l’utilizzo dei carri armati tedeschi nelle operazioni dell’esercito turco.

La controversa operazione messa in atto dalla Turchia contro i miliziani dell’Ypg di Afrin – e ironicamente battezzata “Operazione ramoscello d’ulivo” – ha scatenato infatti un feroce dibattito in Germania a seguito della scoperta dell’utilizzo di carri armati di fabbricazione tedesca Leopard 2A4 da parte delle forze armate di Ankara. Le immagini pubblicate dai media turchi mostravano i Leopard entrare nel cantone di Afrin, nonostante l’accordo fra i due governi, turco e tedesco, prevedesse che l’esercito turco utilizzasse questi mezzi esclusivamente nella guerra allo Stato islamico e non contro altre fazioni, come avvenuto in questo caso. Linke e i Verdi hanno subito domandato al governo che chiarisse la posizione tedesca a riguardo e che bloccasse tutte le esportazioni di armi verso la Turchia. Una posizione dettata sia da motivazioni ideologiche sia da motivazioni pragmatiche. I Verdi, in particolare, sono uno dei partiti che da sempre si oppone alle ingerenze di Erdogan in Germania, vista anche l’origine del loro stesso presidente, quel Cem Özdemir, di origine turca circassa, già obiettivo della propaganda dei nazionalisti di Erdogan durante il referendum per la riforma costituzionale.

Da un punto di vista esclusivamente militare, l’importanza di queste immagini e dell’utilizzo dei Leopard tedeschi sarebbe relativo, se non minore rispetto a quanto apparso sui giornali tedeschi. Come riporta Agenzia Nova, secondo dati dell’Istituto internazionale di studi strategici (Iiss), la Turchia un esercito che consta di 350 mila unità e possiede circa 2.500 carri armati principali, di cui circa 700 sono Leopard tedeschi. Il resto dei mezzi proviene dagli Stati Uniti d’America e dalla Russia. Questa forza affronta in questo momento un esercito di guerriglia dell’Ypg, che non ha, in questa fase, l’appoggio delle forze aeree americane e occidentali, come poteva averlo durante l’offensiva contro lo Stato islamico Le forze delle milizie di Afrin non raggiungerebbero le 10mila unità, mentre l’esercito turco non solo possiede un numero di uomini enormemente maggiore ma anche carri e, secondo il quotidiano turco Aksam, anche 72 aerei utilizzabili nell’operazione. Di fondo dunque, i carri sarebbero un problema minore nella strategia militare turca. Il problema però è che questi carri armati scoprono, come un vaso di Pandora, problemi molto più seri sia per la politica tedesca sia per la stessa ambiguità della Nato nei rapporti con la Turchia durante tutto il conflitto siriano.

Da un punto di vista politico, la Germania adesso non può lamentarsi né recitare una commedia che, onestamente, appare frutto di calcolo politico ma senza alcuna efficacia reale. La cessione di carri armati a un Paese tecnicamente “alleato” non può essere subordinata al loro utilizzo. La Turchia compra dei mezzi e li utilizza. Ed Erdogan era lì da molto prima che iniziasse l’operazione “ramoscello d’ulivo”. Che adesso a Berlino siano sorpresi che Ankara utilizzi i carri armati regolarmente comprati dall’industria tedesca, appare del tutto privo di senso. Inoltre, la Turchia da sempre combatte i curdi in Siria. L’operazione di Afrin è solo l’ultima di una serie di azioni turche contro le milizie supportate dalla coalizione internazionale, pertanto appare discutibile il fatto che il governo tedesco si sia accorto soltanto ora che i Leopard fossero impiegati in questa seconda guerra siriana. Tra l’altro, visto che la Germania era impegnata in Siria e già aveva avuto uno scontro diplomatico con la Turchia per la questione della base di Incilrik, bisogna dedurre che non potesse ignorare i movimenti dell’esercito turco. E, come sostenuto da Der Spiegelsembra che i Leopard siano anche stati oggetto di una sorta di “ricatto”da parte della Turchia, che, per rilasciare il giornalista Deniz Yücel, hanno chiesto ulteriori garanzie sui contratti di vendita.

Ma il problema è anche di natura internazionale. La Nato è un’alleanza che ha ancora un suo peso specifico all’interno del processo decisionale delle potenze che ne fanno parte? La Turchia in questi anni ha dimostrato di essere un membro sui generis dell’Alleanza atlantica e ha più volte compiuto operazioni del tutto contrarie a quanto sostenuto dal blocco occidentale. L’ambiguità turca, tipica del governo di Erdogan, ha finora condotto a una libertà di manovra quasi assoluta della Turchia nei confronti della Nato, e, paradossalmente, a rendere la Russia l’unico referente di Ankara per la guerra in Siria. La Germania che s’improvvisa indignata per l’uso dei carri armati, dovrebbe in realtà suscitare un’altra domanda: la Turchia è ancora parte della Nato? Oppure, domanda di riserva: la Nato, oggi, a cosa serve, se non può governare le azioni di un suo Stato membro?

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