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È un’alleanza naturale quella venutasi a creare negli ultimi anni tra la Cina e l’Africa. Un’alleanza necessaria per entrambe le parti, desiderose di sovvertire l’ordine geopolitico precostituito e ottenere un posto in prima fila nel mondo di domani. Un’alleanza, nonostante le critiche di europei e americani, voluta e quasi cercata dai rispettivi popoli. Questa è la tesi centrale del libro di uno studioso nigeriano, Charles Okeke, che farà molto discutere, e farà discutere principalmente per due motivi. Prima di tutto lo studioso in questione è un africano e non un occidentale, e la sua, come vedremo, è una lettura alternativa sui rapporti sinoafricani; inoltre Okeke conosce a fondo il sistema cinese avendo studiato ed essendosi formato proprio in Cina.

Imitare la Cina per uscire dalla povertà

Sono quasi 300 i miliardi investiti dalla Cina nel continente africano, per lo più soldi usati per costruire infrastrutture come strade, ferrovie, ma anche porti ed edifici, sia civili che governativi. Infrastrutture: come sottolinea il Global Times, è proprio questa la parola chiave che si ritrova spesso in “Natural Allies: rebuilding Africa-China Relations for sustainability”, ultimo lavoro di Okeke. Fin qui tanti analisti e studiosi occidentali hanno provato a decodificare le relazioni commerciali che legano Cina e Africa, ma pochi, secondo Okeke, avrebbero davvero colto il senso di un’alleanza destinata a scrivere una nuova epoca. L’Africa ha l’occasione di imitare la Cina per lasciarsi alle spalle decenni di povertà e miseria; d’altronde anche l’ex Impero di mezzo, fino agli anni 70′, era un Paese del terzo mondo. Poi ci fu la svolta, con le riforme economiche ma soprattutto con la costruzione di infrastrutture sempre più moderna; a completare l’opera, l’ascesa del settore tecnologico.

Gli ingredienti del successo cinese

Se la Cina è riuscita a fare il salto – niente a che fare con il Grande Balzo di Mao Zedong – perché l’Africa è rimasta impantanata tra miseria, guerre e corruzione? Okeke prova a dare una spiegazione studiando le quattro chiavi del successo cinese. Pechino ha introdotto e rafforzato un sistema politico capace di garantire stabilità all’intera Cina, mentre il “socialismo con caratteristiche cinesi” avrebbe garantito una efficace welfare sociale a gran parte del Paese. Ci sono altri due motivi da non sottovalutare: il Dragone possiede un sistema monetario unificato e starebbe cercando di internazionalizzare lo yuan; inoltre può contare su un capitale umano relativamente istruito, formato e abbondante. Il mix di questi fattori avrebbe creato il carburante per far partire la locomotiva Cina.

Le piaghe dell’Africa

L’Africa non ha una moneta unica; ogni Paese africano ha la propria valuta sovrana, e questo rappresenta un ostacolo al commercio transfrontaliero. Il Continente Nero non ha stabilità politica né un adeguato welfare sociale, tranne sporadici casi più unici che rari. L’Africa ha invece un vantaggio: una popolazione abbondante, di circa 1,2 miliardi di persone, e molto giovane. Il 72%, addirittura, ha un’età inferiore ai 30 anni ed è pronto a entrare nel mondo del lavoro.

Così Pechino ha conquistato l’Africa (e gli africani)

La Cina non aveva grandi radici in Africa ma in poco tempo è riuscita a superare, per affari e influenza, le potenze occidentali presenti nella regione. Le potenze occidentali, secondo Okeke, non hanno mai investito in progetti utili per il popolo africano, mentre Pechino ha costruito infrastrutture fondamentali per consentire ai vari Paesi di svilupparsi. Da qui nascerebbe tutti i pregiudizi occidentali nei confronti della presenza cinese nel Continente Nero. Il Dragone ha un modo diverso di fare affari con i partner africani, un modo che si discosta da quello occidentale. I progetti cinesi non hanno vincoli e non dipendono mai dal sistema politico, sociale o culturale di un dato Paese africano; ogni governo legittimo viene trattato come tale, indipendentemente dal fatto che sia o meno un regime democratico. Gli Stati Uniti e l’Europa, invece, filtrano la realtà attraverso la lente dei “diritti umani“. Agli occhi dei leader locali, la presenza della Cina è una manna dal cielo perché gli asiatici non solo portano soldi da investire nelle infrastrutture, ma si occupano anche di amministrare il processo di costruzione per evitare la piaga della corruzione. Gli aiuti fin qui offerti dagli occidentali non avrebbero fatto altro che innalzare il livello di corruzione tra i ranghi dei funzionari africani. Adesso non resta che aspettare qualche anno per capire se il matrimonio tra Cina e Africa durerà o sarà destinato a implodere.

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