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Il via al nuovo governo (ad interim) dell’Emirato islamico dell’Afghanistan è arrivato dopo intense settimane di mediazione. Lavoro non semplice, dove l’obiettivo era quello di evitare che i talebani si spaccassero proprio una volta giunti al potere. Divisi tra uomini del Sud e dell’Est, vecchia guardia e nuove generazione, reti interne e sostenitori esterni, il mondo degli “studenti coranici” non è affatto così compatto come sembra. Ed è proprio sulla complessità del sistema talebano che adesso si gioca l’equilibrio del Paese.

C’è però un elemento che aiuta a capire cosa può aver sbloccato definitivamente le trattative sul nuovo esecutivo. E questo elemento è l’arrivo a Kabul di un uomo che ha assunto in questi anni un ruolo fondamentale negli assetti afghani: il capo dei servizi segreti pakistani, il generale Faiz Hameed.

Nei giorni scorsi, il suo arrivo in Afghanistan è stato descritto dagli esperti come un momento decisivo del nuovo Emirato. Innanzitutto mostrava il peso dell’Isi (il servizio pakistano) sui talebani. In secondo luogo, a molti non era sfuggita la pubblicità di questo viaggio da parte di un funzionario che tende a muoversi nell’ombra. La sicurezza con cui Hameed si è mostrato ai fotografi ha fatto capire anche il modo in cui agisce l’Isi in questo frangente: da garante della “pax talebana” e soprattutto come apparato in grado di influenzare in maniera decisiva il futuro Emirato.

Lorenzo Cremonesi, al Corriere della Sera, ha ricordato di recente come Hameed si sia ritagliato questa figura di garante già nel 2017, quando era a capo del dipartimento della Sicurezza Interna nei servizi segreti pakistani. In quell’occasione, scrive l’inviato del Corsera, fece da mediatore tra i militanti talebani dello Teherrek-e-Taliban e quelli della Muslim League. Evitare il conflitto era, per Islamabad, essenziale. Hameed riuscì nell’intento e questo gli è valso un un riconoscimento interno alla gerarchia talebana che è diventato poi fondamentale una volta scalato l’Isi fino a raggiungerne la vetta nel 2019.

Per l’uomo venuto dal Punjab con un’esperienza in Belucistan e come mediatore nelle gerarchie talebani, la nomina del governo dell’Emirato doveva essere il culmine di una carriera che rappresenta perfettamente l’importanza dell’Afghanistan per Islamabad. Il Pakistan considera centrale avere a Kabul un governo amico che eviti troppi ammiccamenti nei confronti dell’India. E il lavoro dell’Isi sembra essere stato fondamentale per giungere a un accordo in grado di assegnare ruoli a tutte le componenti più importanti e conosciute dai servizi pakistani. La figura del leader dei talebani, Haibatullah Akhundzada, ha assunto una forma più o meno politica come emiro e quindi quale guida suprema del nuovo Afghanistan. Si è limitato il tentativo della rete Haqqani, guidata da Serajuddin, di imporre la propria presenza in modo eccessivo. Il primo ministro, il mullah Hassan, è un uomo importante ma non troppo di spicco, simbolo della vecchia guardia di fedelissimi. Il Mullah Baradar, inviso ad alcuni ma fondamentale nelle trattative a Doha con gli Stati Uniti, sembra apparire quasi come un garante del nuovo Emirato. E non va dimenticato che fu arrestato proprio dai servizi pakistani e rilasciato su richiesta degli Stati Uniti.

La conferma di questa linea di mediazione del capo dell’Isi arriva anche da Antonio Giustozzi del King’s College, che su Repubblica parla di un’operazione di Hameed che in qualche modo si è risolta a svantaggio degli Haqqani, ma probabilmente proprio per evitare un sovradimensionamento interno e che gli Stati Uniti ponessero un veto vista la presenza del capo nella lista dei terroristi. Certo, a lui è andato il ministero dell’Interno così come agli Haqqani anche altri dicasteri non totalmente secondari nella ricostruzione di un Paese. Ma si è evitata l’immagine di una nomina che avrebbe destato molto scalpore.

La questione per Islamabad è molto delicata e spiega perché è uno dei Paesi essenziali per comprnedere il futuro dell’Afghanistan. Il gioco di equilibrio è complesso, perché da una parte considera essenziale avere un vicino a nord che sia stabile e in ottimi rapporti. Ma dall’altra parte altre potenze potrebbero investire sul nuovo Emirato proprio per accrescere la propria influenza e corrodendo quella pakistana. L’Afghanistan autonomo e in mano ai talebani sembra necessariamente desinato – lo spiega uno studio dello United States Institute for Peace – a far perdere qualche leva pakistana sugli “studenti coranici”. Ma ora l’obiettivo di Kabul e Islamabad è quello di evitare fratture. Il Pakistan ha una forza sufficiente per fare pressioni molto forti sulla gerarchia dell’Emirato, sia sul profilo della sicurezza che su quello economico. E il legame tra l’Isi e la rete Haqqani resta comunque abbastanza forte da poter essere una spada di Damocle su un governo talebano in odore di progressiva (ed eccessiva) autonomia. Un ruolo che non si può sottovalutare e che fa comprendere in modo chiaro perché è fondamentale che il dialogo sul futuro di Kabul passi attraverso Islamabad.

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