La Russia gioca la sua partita nel “Grande Gioco” dell’Afghanistan. Incubo e latente obiettivo di Mosca da quando ha deciso di mettere piede negli altopiani dell’Asia centrale e da cui ne è uscita con le ossa rotta. Sia ai tempi degli zar che ai tempi del Politburo.

Con l’uscita di scena degli Stati Uniti e delle forze occidentali da Kabul, quel territorio incastonato tra vecchi e nuovi imperi torna prepotentemente nell’agenda del Cremlino. Un capitolo che unisce opportunità e rischi. L’opportunità di avere un peso maggiore in Asia centrale dopo la debacle sovietica. Il pericolo di un ritorno del terrorismo e di perdita di potere se altre forze (Cina in primis) proveranno a prendere il sopravvento nel vuoto lasciato dall’Occidente.

Mosca si muove sondando il terreno, mobilitando truppe e aprendo i canali diplomatici. E cercando di affermare il principio per cui, se Washington se n’è andata, adesso non può pensare di tornare senza colpo ferire. In questo senso, interessante l’esclusiva del Wall Street Journal sul “niet” di Vladimir Putin a Joe Biden per il dislocamento di truppe in Asia centrale. Il presidente russo si sarebbe opposto a qualsiasi presenza americana nella regione: cosa che avrebbe complicato i piani della Casa Bianca, che sperava di avere droni e aerei subito oltre il confine afghano.

Ora che gli Stati Uniti sembrano lontani – le prime basi sono nel Golfo così come le portaerei – la Russia può quindi provare a muoversi in modo diverso. Ha già militari in Tagikistan, in accordo con le forze locali. E questo le dà un vantaggio tattico. La sua ambasciata a Kabul non ha battuto ciglio, e ora può essere una vera centrale di diplomazia e di intelligence con campo libero. E come spiegato da Guido Olimpio sul Corriere della Sera, il Paese può veramente trasformarsi in un grande territorio di caccia di spie, agenti e doppiogiochisti. Con la corruzione che farà da grande collante.

A questo si aggiungono le prime aperture di Mosca all’Emirato talebano. I russi non amano l’idea di un Paese estremista in Asia centrale. E l’hanno ribadito anche recentemente nei colloqui tenuti con gli “studenti coranici”: un dialogo che è arrivato ben prima dell’ultima avanzata verso Kabul. Delegazioni talebane ed emissari russi si incontrano ufficialmente da diversi anni ed è a Mosca che sono avvenuti diversi round di colloqui di pace.

Il tema centrale è il terrorismo. L’inviato speciale russo per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, in un’intervista a Radio Echo Movskij ha ricordato che la dirigenza talebana si sia impegnata a evitare legami con i gruppi terroristici internazionali e di non offrire il Paese come base jihadista. Un tema che per Mosca è al primo posto, tanto che il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale, Nikolai Patrushev, ha messo in guardia i Paesi asiatici sul fatto che “al-Qaeda, Isis e il Movimento islamico del Turkestan orientale, così come altre reti terroriste, vedono il territorio afghano come testa di ponte per diffondere la loro attività nei Paesi dell’Asia centrale, lo Xinjiang cinese, l’Iran settentrionale, e poi verso l’India creando cellule dormienti in queste nazioni”.

I contatti non riguardano però solo i talebani, ma tutte le forze in campo. Mosca si fida dei mullah fino a un certo punto e non ha caso ha già detto di considerare il dialogo con tutti gli attori. In questi giorni la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha confermato che il suo Paese “sta mantenendo i contatti con tutte le forze in Afghanistan. Lo stiamo facendo anche perché esiste una pertinente risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2020, che suggerisce ai Paesi di mantenere i contatti con tutte le parti”. E il ministro Sergey Lavrov, quasi lanciando un avvertimento ai talebani, ha tenuto a sottolineare da Mosca che “le forze della resistenza guidate dal vice Presidente Amrullah Saleh e da Ahmad Massoud sono concentrate nella Valle del Panshir”, precisando, durante la conferenza con l’omologa libica, che “i talebani non controllano l’intero territorio dell’Afghanistan”. Motivo per cui la Russia chiede che sia rafforzato il dialogo tra tutte le fazioni e i gruppi etnici. Un segnale ulteriore della strategia del Cremlino.

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