L’Afghanistan, dal ritiro degli Stati Uniti, appare come un buco nero nel cuore dell’Asia centrale. L’autorità talebana, formalizzata nell’Emirato islamico, non sembra in grado di resistere a crisi e povertà dilaganti, mentre la rinascita di gruppi terroristi più o meno vicini alle strutture di Al Qaeda e Daesh rende difficile credere che il governo islamista possa mantenere l’autorità sulla maggior parte del Paese. L’uccisione da parte dei Talebani del regista dell’attentato che portò alla morte di 170 afghani e 13 soldati statunitensi a Kabul nelle concitare ore del ritiro Usa, può essere letto come un messaggio di forza dell’Emirato. Tuttavia, allo stesso tempo, il segnale è che l’Is-K, la costola locale di ciò che è rimasto dell’Isis, è ancora ramificato.
Di fronte a questo vortice di violenza e crisi, l’Afghanistan cerca disperatamente di risollevarsi partendo dai suoi rapporti internazionali e dalle risorse che ha a disposizione. E dal momento che la geopolitica – si dice – aborre il vuoto, quello lasciato dagli Stati Uniti nel Paese è ancora un punto interrogativo in cui fanno timidamente (e con molti rischi) capolino altre realtà. Tra queste la Cina, che da tempo – pur con mille difficoltà – ha deciso di puntare sull’Afghanistan sia per blindare il confine occidentale, sia per consolidare la sua proiezione continentale rafforzando, al contempo, i corridoi della One Belt One Road.
Nell’ultimo mese, mentre il mondo era concentrato sui punti definiti da Pechino per l’Ucraina – passati alle cronache come un programma per la pace – il governo di Xi Jinping ha anche stilato altri punti programmatici, ma questa volta riguardo l’Afghanistan. Tra gli 11 punti presentati dall’esecutivo cinese sulla “questione afghana”, ci sono il rispetto dell’integrità territoriale e del sistema afghano, l’auspicio di un Paese sempre più aperto e inclusivo, la guerra al terrorismo e al narcotraffico, con il supporto “tecnico” agli sforzi dei Talebani per colpire queste due piaghe (soprattutto per la Cina in chiave anti-Isis e anti-uiguri), ma soprattutto la volontà di rafforzare i legami bilaterali impegnandosi nella ricostruzione dell’Afghanistan.
Come per i punti per l’Ucraina, si tratta in realtà soprattutto di un manifesto. Ma è un manifesto che indica come Pechino sia molto interessata ai destini di Kabul, e di come questo si inserisca perfettamente nella strategia di Xi di sfruttare il caos post-bellico per inserirsi in una partita da cui appariva, fino a pochi anni fa, del tutto estraneo. Partita che è nata dopo la chiusura della “guerra infinita” per eccellenza di matrice occidentale e che ora rende l’Afghanistan un terreno molto fertile per far radicare gli interessi cinesi in Asia centrale.
A questo proposito, come sottolineato su Foreign Policy, Pechino cerca di assumere una quota sempre maggiore nel ricco e fondamentale settore del litio. Come ha scritto lo stesso ministero delle miniere e del petrolio dell’Afghanistan, nei giorni scorsi è andato in scena a Kabul un incontro tra funzionari del governo e delegati della società cinese Gochin. L’ipotesi vagliata nell’incontro è quella di un investimento da parte dell’azienda cinese di circa 10 miliardi di dollari per estrarre il prezioso minerale. Cifre che per le casse dell’Emirato rappresenterebbero una boccata d’ossigeno fondamentale, ma che rappresentano per la Cina l’assicurazione sul controllo di un’area strategica e dell’estrazione di un minerale basilare per l’industria mondiale.
Che questo piano cinese sull’Afghanistan si realizzi è chiaramente da dimostrare. Il Paese dell’Asia centrale è storicamente un grande punto interrogativo per chiunque cerchi di addomesticarlo, diventando non a caso noto come “la tomba degli imperi” (anche se con una narrazione spesso eccessiva rispetto ai fatti storici). Inoltre, il destino dell’Afghanistan sembra ancora estremamente incerto e non privo di interessi contrapposti anche tra superpotenze: se infatti la Cina vuole assumere una posizione di vantaggio, gli Stati Uniti, la Russia e in parte anche l’India non sembrano intenzionati a lasciare troppo campo libero. Infine – lo ricorda anche The Diplomat – l’impressione è che Pechino guardi al piano per l’Afghanistan soprattutto in chiave anti Usa e antiterrorismo, ma non riesca a fornire garanzie né dimostrazioni della capacità di risolvere gli endemici problemi del Paese. Al contrario, molti interessi cinesi sono già stati sabotati in diverse aree tra Afghanistan e Pakistan, rimarcando la grande distanza tra gli obiettivi di Pechino e quelli di molti clan e comunità locali spesso raggruppati in milizie e gruppi terroristici profondamente radicati sul territorio.

