
Erano i primi di settembre quando il presidente statunitense Donald Trump dichiarava di volersi riprendere la base afghana di Bagram, a Nord di Kabul, riconsegnata ai Talebani nel 2021- a suo dire- “per niente”. Adesso, dopo il perentorio rifiuto da parte dell’Emirato Afghano di riconsegnare la base, la questione pare aver attirato l’interesse dei vicini regionali, dal Pakistan all’India all’Iran, che sembrano intenzionati a schierarsi con Kabul.
Il meeting di Mosca e le nuove posizioni dell’India
Ci voleva Donald Trump per mettere d’accordo India e Pakistan, e non solo loro. I due Paesi fanno parte dei partecipanti al meeting Moscow Format, la cui settima edizione si è tenuta martedì scorso nella capitale russa. Tra i presenti lo stesso Afghanistan, argomento del vertice, insieme ai cinque Stati centrasiatici, l’Iran e la Cina. Come riporta Al-Jazeera, i presenti “hanno espresso un raro fronte unito opponendosi ai tentativi stranieri di dispiegare “infrastrutture militari” nel Paese”, ribadendo “il loro incrollabile sostegno alla creazione dell’Afghanistan come Stato indipendente, unito e pacifico”. Il sostegno al nuovo Emirato talebano, almeno per alcuni, non è una novità: il Moscow Format dello scorso anno, infatti, già lasciava presagire alcune delle posizioni emerse in questa edizione.
La novità riguarda piuttosto il recente riposizionamento dell’India di Narendra Modi, storicamente vicina agli Stati Uniti, che negli ultimi anni ha coltivato nuovi rapporti con i Talebani. L’India, che per vent’anni di “Guerra al Terrore” aveva sostenuto gli americani, pur non partecipando direttamente alle operazioni militari, oggi vive un momento di allontanamento da Washington, e si prepara ad ospitare la prima storica visita del Ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqi, che nei prossimi giorni incontrerà a Nuova Delhi la sua controparte indiana, Subrahmanyam Jaishankar. Quest’ultimo, la scorsa settimana, ha spiegato che Muttaqi potrà recarsi in India in visita diplomatica grazie all’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha temporaneamente revocato il divieto di viaggio attivo nei suoi confronti dal 2021.
Tornando al vertice ospitato dalla Russia, come riporta Reuters:
In una dichiarazione congiunta diffusa martedì sera dal ministero degli Esteri russo, i dieci Paesi non hanno nominato esplicitamente gli Stati Uniti né la base di Bagram, ma sembravano criticare il piano di Trump per la base, appoggiando la posizione dei Talebani sulla questione.
Non è stato necessario usare parole di sfida, né riferimenti espliciti per lasciar intendere che Bagram, per ora, non si tocca. Almeno finché Trump non dovesse spingersi oltre le dichiarazioni d’intenti.
Cos’è, e cosa è stata, Bagram

La base di Bagram fu costruita ben prima che iniziasse l’avvicendarsi di invasioni straniere che ha afflitto l’Afghanistan dal 1979 in poi. Precisamente negli anni Cinquanta, quando il governo afghano del tempo chiese all’alleato sovietico di stanziare i fondi necessari per quella che sarebbe diventata la principale base operativa dall’invasione sovietica al ritiro nell’89.
Con l’occupazione scatenata dagli eventi dell’11 settembre 2001, gli americani occuparono nuovamente Bagram, riconvertendone gli spazi fino a renderla un complesso enorme, all’interno del quale coesistevano fast food come Pizza Hut per i militari e una prigione nota come la Guantanamo afghana. Quel carcere, nato come soluzione provvisoria, messo in piedi in breve tempo dagli americani come struttura detentiva per i ribelli Talebani, sarebbe rimasto aperto per vent’anni, ospitando circa 5.000 prigionieri, molti dei quali avrebbero poi raccontato i maltrattamenti e le torture subite. Oggi Bagram è in mano ai Talebani, che ne sono rientrati in possesso dopo il ritiro americano, il 15 agosto del 2021.
Cosa vuole Trump, e perché c’entra la Cina
“è a un’ora di distanza da dove [la Cina] produce le sue armi nucleari”.
Già alla fine dello scorso settembre Trump aveva indicato Bagram come obiettivo strategico per gli Stati Uniti, insistendo sulla sua vicinanza al confine cinese. La base dista infatti circa 800 km dal confine e circa 2.400 km dalla più vicina fabbrica di missili, situata nello stato dello Xinjiang. La risposta cinese non si era fatta attendere, e alle parole di Trump erano subito seguite quelle del portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, secondo cui “il futuro dell’Afghanistan dovrebbe essere deciso dal suo stesso popolo. Fomentare tensioni e creare scontri nella regione non sarà popolare”. La Cina ha poi ribadito la sua posizione a Mosca, martedì scorso.
Ci sono poi altri motivi per cui Trump vuole Bagram: dal ruolo che ha rivestivo durante i vent’anni di occupazione, all’evidente posizione vantaggiosa del suo aeroporto, il più grande del Paese, rara eccezione per un territorio come quello afghano, la cui naturale conformazione montuosa rende estremamente difficile mantenere il controllo sullo spazio aereo. La vicinanza con la Cina, tuttavia, almeno nelle sue parole, rimane la ragione principale.

