Il sangue scorre copioso in Afghanistan mentre il popolo va alle urne per un’elezione che si svolge in un clima surreale. Nel Paese non c’è aria di democrazia. E continua la conta dei morti. Secondo le informazioni che arrivano dalle autorità di Kabul e dalle organizzazioni internazionali che operano nel Paese, i morti e i feriti in vari attentati terroristici sono già oltre i 100. E mentre il governo centrale tende a ridurre il numero delle vittime, altre fonti parlano di almeno 70 morti.Soltanto a Kabul si parla di 20 morti e un centinaio di feriti.

E questa è stata solo la prima giornata elettorale. In generale, ha affermato il ministero dell’Interno afghano, sono stati 192 gli incidenti legati alla sicurezza e di questi, 89 sono stati attacchi contro i seggi in tutto il Paese.

Il pericolo è che questa macabra conta dei morti non si fermi. L’allerta non è servita a evitare il peggio. E questo nonostante si sapesse che sia i talebani che lo Stato islamico avrebbero colpito i seggi. Nella mattinata di ieri, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, aveva pubblicamente invitato la popolazione a non recarsi a votare “per proteggere le proprie vite”. Mentre l’Isis, che in Afghanistan continua a rafforzarsi, ha già più volte colpito e ucciso prima delle elezioni per dimostrare la propria presenza e fare in modo che la popolazione locale evitasse il voto.

E se è vero che ieri si è recato a votare comunque un terzo degli aventi diritto, circa tre milioni di elettori su nove, è anche vero che queste elezioni sono apparse come un esperimento, se non una forzatura, per un Paese dove la pace è ancora un sogno. Come ha scritto Roberto Bongiorni per Il Sole 24 Ore, “nel Paese dove gli Stati Uniti combattono la loro più lunga guerra di sempre, e dove i gruppi di insorti continuano a controllare almeno un terzo del territorio, le elezioni per rinnovare il Parlamento somigliano a un atto ostinato della Comunità internazionale per mostrare al mondo che, comunque, qualcosa è stato fatto”.

Ed in effetti, il sacrifico di decine di vite per un voto rappresenta quasi un esperimento con cui le potenze coinvolte nella guerra in Afghanistan hanno voluto far vedere che esistesse un piano. Ma questo piano, in realtà, è fragile se non del tutto utopistico. Queste elezioni non potranno, in ogni caso, rappresentare un punto di arrivo. E la democrazia non si può ritenere tale se espressa sotto i colpi delle bombe. Con regioni dove il voto è stato sospeso o dove sono andati a votare pochissimi residenti per paura di ritorsioni.

Sia chiaro, la partecipazione al voto è comunque un segnale importante. Ma le elezioni non possono essere considerate uno strumento per dimostrare che il piano dell’Occidente è vincente. Le elezioni devono essere il completamento di un percorso di stabilizzazione. E in Afghanistan, inutile dirlo, dopo tre anni dalla fine della missione Nato e dopo 17 anni di guerra condotta in primo luogo dagli Stati Uniti, la stabilità non c’è.

La guerra si è rivelata, fino a questo momento, un fallimento. Sul Paese incombono minacce molto gravi. E il futuro appare tutt’altro che semplice, con le grandi potenze del mondo intenzionate a estendere la propria influenza su un Paese devastato dalle insurrezioni e dalle bombe. Come ha scritto Fausto Biloslavo per Il Giornale, “lo slogan dei politici afghani è ancora ‘Taghir wa Omid’, cambiamento e speranza. Ma c’è poco da sperare”.

I risultati del voto per i 250 membri della Wolesi Jirga, la camera bassa del Parlamento afghano, si avranno intorno al 10 novembre. Ma è difficile che queste elezioni diano un’indicazione chiara sul futuro del Paese. Il Paese ribolle e da quei alla primavera del 2019, quando gli afghani andranno alle urne per le presidenziali, può succedere di tutto. Oppure potrà rimanere tutto stabile: in questo caos controllato da cui nessuno sembra in grado di uscire definitivamente. E dove la violenza continua a dilagare

Le lezioni da prendere da questo voto sono due. La prima, è che le elezioni afghane rappresentano un primo punto di svolta per il Paese, ma manifestano ancora in modo cristallino le mille contraddizioni di una guerra che nessuno riesce a vincere. La seconda, è una lezione che vale anche per la Libia, dove qualcuno (Emmanuel Macron) vuole che si vada a votare a tutti i costi il 10 dicembre.

Le elezioni non sono un gioco: in questi Paesi dove imperversa una guerra tribale, etnica, civile e internazionale, votare significa mettere a rischio la vita di centinaia di persone, forse anche migliaia. Ecco perché è corretto il piano italiano che vede le elezioni per la Libia posticipate dopo una chiara stabilizzazione del Paese. La democrazia non può essere bagnata nel sangue degli elettori.