Affari e diplomazia, bilancio del viaggio di Trump nel Golfo Persico che conta sempre più

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Politica /

Tanti affari e molta diplomazia per il primo viaggio politico all’estero di Donald Trump nel suo secondo mandato, la tournee di quattro giorni in Medio Oriente che lo ha portato a toccare Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Due i principali portati di una visita che ha presentato importanti novità politico-diplomatiche: da un lato, l’aumento dell’enfasi data da Trump alla ricerca di accordi commerciali e partnership capaci di portare investimenti negli Usa. Dall’altro, la spinta a consolidare una partnership “equilibrista” che rafforzi la posizione americana nella regione e eviti il rischio di un nuovo coinvolgimento diretto degli Usa in conflitti su larga scala.

Tutto si tiene e in quest’ottica, per far sentire con maggior forza la partnership tra Washington e il trio di petromonarchie del Golfo che hanno ospitato Trump, convergono interessi a diversi livelli, coincidenti inoltre nel segnare un relativo distacco tra le priorità geopolitiche degli Usa e quelle del loro principale alleato mediorientale, Israele. Alcuni elementi consentono di unire i puntini.

Una sponda sempre più solida tra Usa e Golfo

Innanzitutto, nelle ultime settimane si è intensificata la sponda tra gli Usa e i Paesi del Medio Oriente per trovare una quadra alla conflittualità in Medio Oriente a cui la guerra di Israele a Gaza e dintorni concorre pesantemente. La scelta di Trump di negoziare direttamente con Hamas la liberazione degli ostaggi con cittadinanza americana detenuti a Gaza, il dialogo sul nucleare con l’Iran mediato dall’Oman e attenzionato dalle tre nazioni e da ultimo la scelta di sdoganare il regime siriano del presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, avversato da Tel Aviv, concorrono a consolidare un quadro che era già in definizione nell’era di Joe Biden ma si è pian piano consolidato di fronte all’unilateralismo del Governo di Benjamin Netanyahu. Israele, con le sue mosse, ha smantellato il quadro securitario fondato sul rafforzamento degli Accordi di Abramo e la convergenza col mondo arabo, costringendo Washington a cercare nuove equazioni strategiche.

Israele, la grande esclusa

In secondo luogo, Israele è stata la grande esclusa di questo viaggio di Trump. Non c’è stato spazio per un passaggio di Trump nello Stato Ebraico, come avvenne invece nel 2017 nel corso della sua prima visita all’estero da presidente dopo la tappa in Arabia Saudita, né c’è stato alcun riferimento da parte di The Donald a un processo di avvicinamento politico tra il Golfo e Tel Aviv.

A tal proposito, i pesanti accordi militari firmati con l’Arabia Saudita parlano chiaro in termini di approfondimento della relazione bilaterale con gli Stati della regione anche in chiave strategica. Il fatto che si sia arrivati a parlare della possibilità di un ingresso di Riad nel programma F-35, vista come fumo negli occhi da Israele, è emblematico.

Il Golfo al centro del mondo

Infine, con la visita di Trump anche il Golfo si pone definitivamente in una nuova postura strategica: non più solo somma di Paesi ricchi di risorse ma poveri di altre prospettive politiche, ma cuore pulsante di un ircocervo di interessi strategici ed economici.

Il Golfo è piattaforma diplomatica e di mediazione con l’operato del Qatar su svariati dossier, dell’Oman sull’Iran e, sul fronte russo-americano, dell’Arabia Saudita, ma anche capitale mondiale del business con un ruolo trainante di Abu Dhabi sul fronte della finanza e dell’innovazione. Aspira ad essere polmone d’investimento per le nuove tecnologie, intelligenza artificiale in testa, e gli Usa guardano alla regione come a una fonte di capitale e a un partner sistemico.

Insomma, tutto converge per un rapporto geopolitico e geoeconomico a trecentosessanta gradi tra Washington e i Paesi di un’area che si posiziona nell’invidiabile postura di ponte tra mondi e camera di compensazione tra centri di potere su scala globale. Al pari della Turchia, dell’India e del Brasile, tra i pochi Paesi capaci di avere una proiezione diplomatica oltre campi geopolitici e steccati, i tre governi del Golfo incontrati da Trump rivendicano uno spazio di centri del mondo, non di periferie. E gli accordi siglati con The Donald e la sua amministrazione lo confermano.

I Paesi del Golfo Persico non sono più i regni del denaro facile da petrolio e poco altro, ma nazioni che si propongono con sempre maggiore autorevolezza sulla scena mondiale. Donald Trump lo ha capito e, anche a costo di prendere le distanze da Israele, ha avviato con loro un rapporto nuovo. A che cosa porterà? Scoprilo con noi, segui InsideOver e abbonati subito!