“Non possiamo più tacere sui porti sicuri del Pakistan per le organizzazioni terroristiche, i talebani e gli altri gruppi che rappresentano una minaccia”, ha dichiarato Trump durante l’annuncio della nuova strategia per l’Afghanistan, avvertendo Islamabad che “ha molto da perdere se continua ad ospitare criminali, nostri nemici, mentre da noi riceve miliardi”. Un monito durissimo, quello del presidente degli Stati Uniti, che sancisce quanto i fatti già avevano affermato: il Pakistan non fa più parte dell’orbita geopolitica americana. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Islamabad è passata dall’essere il maggiore alleato degli Stati Uniti fuori dalla Nato – forse anche più di Corea del Sud e Giappone – a un Paese enigmatico per la stessa Washington, che ne ha perso il controllo. Un controllo che servì alla Casa Bianca, quando il Pakistan supportò i mujaheddin nella lotta all’Unione Sovietica in Afghanistan, e che servì a Islamabad per avere supporto internazionale nella posizione difficile in cui si trova, circondato da guerre, potenze straniere e rivali economici.
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Tuttavia, nel corso della guerra in Afghanistan e nei decenni della guerra mondiale al terrorismo islamico, qualcosa è cambiato. Stati Uniti e Pakistan hanno avuto un rapporto particolarmente complesso, prima di alleati, poi di collaboratori, infine, oggi, un rapporto di tregua ma con germi di un conflitto in via d’inasprimento. La chiave di volta è sicuramente il contributo del Pakistan all’islamismo e alla lotta al radicalismo islamico: un contributo molto spesso assolutamente nullo o controproducente. Perché quello che si è venuto a creare nel corso del tempo è stato un rapporto profondamente ambiguo del Pakistan con l’islamismo. Da una parte l’ha combattuto, soprattutto perché sul suo territorio ha visto interi villaggi bombardati dai droni americani per colpire Al Qaeda: e non è un caso se proprio nel territorio pakistano hanno trovato la morte Bin Laden, così come il Mullah Omar. Dall’altra parte, il Pakistan ha esso stesso usato i gruppi terroristi legati all’islam radicale – e finanziati anche dall’Arabia wahabita – per espandere la propria sfera d’influenza. In sostanza, Islamabad ha utilizzato i gruppi terroristici da una parte per destabilizzare ed entrare in Afghanistan, dall’altra parte, per colpire l’India.
Non bisogna dimenticare, infatti, quali siano le direttrici della geopolitica pakistana: Afghanistan, India e Cina. L’Afghanistan è per il Pakistan l’unico Paese dove può effettivamente espandere una sua sfera d’influenza: a ovest ha l’Iran, ad est ha la Cina, a sud ha l’India; pertanto, resta l’Afghanistan. Il problema dell’Afghanistan è che è un territorio importante per superpotenze decisamente superiori alle potenzialità militari, politiche ed economiche di Islamabad. Stati Uniti, Russia, ma anche Cina e Iran sono interessati ad avere il controllo di alcune aree del Paese, lasciando al Pakistan soltanto le briciole del potenziale minerario e geo-economico di Kabul. La risposta dei pakistani alle accuse di Trump sul terrorismo in Afghanistan è emblematica in questo senso: “Il Pakistan farà qualsiasi cosa nel suo miglior interesse nazionale”. Interesse nazionale, appunto.
La seconda direttrice, l’India, è un altro capitolo fondamentale della politica asiatica. Islamabad ha il confine meridionale chiuso da una guerra pluridecennale con Nuova Delhi. Da tantissimo tempo, i due Stati si scontrano per il possesso del Kashmir e non hanno alcuna intenzione di giungere a una tregua. In questo senso, l’arricchimento dei rispettivi arsenali nucleari resta un monito abbastanza serio e pericolosamente tollerato dalla comunità internazionale. Il confronto tra questi due Paesi non è soltanto culturale e politico ma è fondamentalmente economico. Il Pakistan è l’unica via che ha l’India per raggiungere i mercati dell’Asia Centrale. L’India è in sostanza uno Stato in crescita che controlla un subcontinente ma che non ha vie terrestri per giungere nei mercati mondiali di suo interesse, perché chiusa da Cina e Pakistan.
Ecco, la Cina. Forse è proprio a Pechino che bisogna guardare per comprendere il motivo per cui Trump ha accusato il Pakistan di non fare molto contro il terrorismo. Il problema, infatti, non è il Pakistan nella lotta all’islamismo, che è fondamentalmente quella ambigua di sempre, ma è la posizione di Islamabad nello scacchiere mondiale. Negli ultimi tempi, il governo pakistano ha abbracciato l’orbita cinese, lasciando che Pechino investisse decine di miliardi nel territorio pakistano, costruisse il fondamentale porto di Gwadar e rendesse il Paese un’arteria basilare per la Nuova Via della Seta. Ovviamente, tutto questo non ha che acuito i dissapori di Washington, preoccupata per l’espansionismo cinese nei mercati mondiali. È evidente che il Pakistan alleato della Cina non può essere amico degli Stati Uniti: questo è comprensibile, così com’è comprensibile il motivo per cui gli Usa stiano costruendo profondi legami militari ed economici con l’India. Trump è un imprenditore prima ancora che un presidente e sa come giocare le sue carte: i pakistani sono partner utili, ma ambigui, e il neo-isaolazionismo di The Donald vuole certezze. Se sei con la Cina, non sei con gli Stati Uniti. Islamabad sta scegliendo Pechino, ma ora deve chiaramente pagare lo scotto di essersi sganciata da Washington. Tutti vogliono controllare l’Asia Centrale e il Sud Esta asiatico, ma questo necessita scelte di campo, mentre all’orizzonte si staglia la vera sfida del terzo millennio: quella fra Cina e Stati Uniti.
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