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Si tende a ritenere che nel mondo moderno computerizzato, cibernetico e iperconnesso, tutte le nostre comunicazioni – dalla semplice telefonata al messaggio di posta elettronica passando per una connessione in remoto – siano effettuate attraverso lo spazio utilizzando le costellazioni di satelliti messi in orbita nel corso di decenni. Non è così. La stragrande maggioranza del traffico di dati passa ancora attraverso i cablaggi che connettono i vari continenti né più né meno come avveniva alla fine dell’800 quando furono stesi i primi cavi transoceanici che collegavano l’America all’Europa. Si calcola che circa il 95% delle informazioni scorra attraverso una fitta rete di cavi che corrono per 870 mila chilometri tra tutti i continenti. Ai satelliti è devoluto il compito – in condizioni normali – di trasmettere solo la restante percentuale, pari circa al 3-5%.

Ai satelliti è devoluto un servizio però essenziale, ovvero quella della navigazione. Sistemi come il GPS o il russo GLONASS hanno gradualmente sostituito nel corso degli anni ’70 e ’80 la radionavigazione basata a terra: per fare il punto nave (o aereo) si usava una rete di radiofari che si chiamava LORAN (LOng RAnge Navigation) che permetteva attraverso il sistema della triangolazione di determinare il punto esatto di un natante o velivolo sul globo terrestre. Il sistema era molto semplice: usava onde radio a bassa frequenza (LF) che emettevano un segnale periodico in fase e sincronizzato. Il segnale della stazione emettitrice principale – detta master – veniva confrontato con quello di due stazioni secondarie – slave – ed il ritardo nella ricezione, nota la posizione delle stazioni, permetteva di determinare il punto in carta. Il sistema però aveva delle limitazioni dovute alla sua stessa natura: in prossimità della costa risentiva delle interferenze date dai rilievi topografici e dalle strutture artificiali, inoltre le onde LF risentivano dei disturbi atmosferici ed in particolare dagli effetti di alba e tramonto.

Ai satelliti oggi è affidata anche la sorveglianza e la mappatura della superficie terrestre: oltre ai classici satelliti spia – le cui prestazioni sono coperte da segreto tanto che le immagini divulgate vengono sfocate ad arte per non rivelare la reale capacità di risoluzione – esiste una rete di satelliti che tramite imaging radar o IR fanno una vera e propria scansione della Terra e grazie a particolari analisi spettrometriche sono in grado di stabilire la composizione del terreno e identificare addirittura la tipologia di copertura vegetativa.

Per questo le due superpotenze, in concomitanza con la conquista dello spazio, hanno da subito pensato ad una “guerra spaziale” per colpire gli asset esoatmosferici dell’avversario. Un missile come l’americano ASM-135 ASAT nasce apposta per essere un killer di satelliti. Lanciato da un F-15 “Eagle” al massimo della sua quota di tangenza e con un assetto quasi verticale è in grado di uscire dall’atmosfera terrestre e colpire il suo bersaglio in orbita. Cosa abbastanza semplice data la prevedibilità della traiettoria a cui viaggiano i satelliti nonostante l’elevata velocità a cui viaggiano. Per questo i sistemi basati a terra per la guerra antisatellite sono da sempre stati considerati strumenti importanti nello “space warfare” tanto che anche i cinesi sembra che abbiano utilizzato il missile KT-1 anche in questo senso. Gli stessi americani, recentemente, hanno intercettato un satellite malfunzionante utilizzando un missile RIM-161SM-3 lanciato dall’Uss “Lake Erie”, un incrociatore della classe Ticonderoga. E’ ragionevole quindi supporre che in caso di conflitto, nel “first strike” sia colpita la rete satellitare dell’avversario per cercare renderlo “cieco” e creare confusione nella catena di comando, per questo la Nato sta pensando di riattivare la sua catena LORAN.

Per renderlo anche “muto”, però, occorre una guerra diversa, ed il first strike non si effettuerà nello spazio, come abbiamo avuto modo di vedere, bensì negli abissi marini.

Come abbiamo già preannunciato, infatti, la quasi totalità delle comunicazioni – civili e militari – passa ancora attraverso i cablaggi e laddove questi si stendono sui fondali marini diventano dei bersagli molto remunerativi e relativamente facili da colpire.

La marine militari di Russia e Stati Uniti hanno infatti prestato particolare attenzione a questo scenario sin dai tempi della Guerra Fredda dedicando particolari unità sottomarine appositamente al sabotaggio ma anche ad attività di spionaggio di queste connessioni.

Senza scomodare la storia – innumerevoli sono stati i casi di spionaggio messo in pratica “ascoltando” le comunicazioni passanti per questi cavi – portiamo ad esempio due classi di unità che sembrano nascere appositamente per questo scopo da entrambe le parti.

Il sottomarino “Jimmy Carter” della nuova classe Seawolf americana – impostato nel 1998 e varato nel 2004 – nasce infatti con delle sostanziali modifiche atte a trasformarlo da sommergibile d’attacco (facoltà che comunque resta primaria) in vascello per operazioni speciali come sorveglianza, intelligence e ricognizione anche utilizzando forze speciali e, cosa ancor più interessante, mini batiscafi a pilotaggio remoto (tipo UAV) che possono anche essere utilizzati per missioni di spionaggio proprio rivolte verso i cablaggi oceanici. Le operazione del “Jimmi Carter” sono, ovviamente, coperte da segreto ma la dislocazione della sua base ne individua almeno l’assetto strategico politico del suo utilizzo: Kitsap-Bremerton nello stato di Washington è la naturale localizzazione per questo tipo di unità le cui missioni sono rivolte all’area del Pacifico e dell’Estremo Oriente non dimenticando anche l’Artico, sempre più al centro di nuove contese commerciali e militari.

Dal canto loro i russi non sono rimasti a vedere cosa facessero alla Casa Bianca. Sulla scorta dell’esperienza maturata durante la Guerra Fredda con il sottomarino K-411 “Orenburg”, Mosca ha deciso di modificare nel 1999 un vascello classe “Delfin” (Delta IV in codice Nato) per “operazioni speciali”. Il “Podmoskovye” – questo è il nome dell’unità – ha subito profonde modifiche strutturali che ne hanno radicalmente modificato la sagoma: la lunghezza è infatti passata a 175 metri rispetto ai 166 originali ma soprattutto è stata eliminata la “gobba” sede dei pozzi di lancio dei missili balistici – ormai inutili ai fini del nuovo spettro di missioni a cui il sottomarino è dedicato. Al posto del compartimento missili è stata montata una sezione in grado di poter alloggiare e far operare sottomarini dotati di equipaggio come il Losharik e Paltus; dei piccoli battelli a propulsione atomica dal dislocamento rispettivamente di 2000 e 730 tonnellate in immersione in grado di raggiungere altissime profondià (circa 6 mila metri per Losharik) e di operare tramite l’ausilio di bracci meccanici. Il “Podmoskovye” – codice indentificativo BS-64 – è anche in grado di far operare mezzi subacquei telecomandati come il Klavesin, un minisommergibile lungo circa 6,5 metri capace di operare a 50 km di distanza e di raggiungere una profondità di 2000 metri.

Queste unità fanno tutte parte della 29° Brigata Autonoma della Flotta del Nord ma sono a tutti gli effetti dipendenti dal GRU (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie) ovvero il servizio informazioni militari russo.
La loro missione principale infatti – e qui si distinguono dall’unità americana che conserva tutta la suite di armamenti di un normale sottomarino da attacco – è quella di raggiungere le elevate profondità a cui giacciono i cavi sottomarini e disattivare i dispositivi di ascolto posti dalle marine avversarie oltre che, ovviamente, porre in atto lo stesso tipo di minaccia sui cablaggi “occidentali”, che, in caso di conflitto, verrebbero tagliati per troncare le comunicazioni transcontinentali e gettare i comandi Nato nel caos più totale.

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