Era nell’aria già da qualche giorno e le prime indiscrezioni erano già trapelate lo scorso lunedì, quando lo stesso Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov aveva ventilato l’ipotesi che si potesse fornire alla Siria il sistema missilistico da difesa aerea e antimissile S-300 in considerazione del “oltraggioso atto di aggressione da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito che ha costretto la Russia a ripensare al mantenimento della sicurezza della Siria”.

Venerdì, sempre il Ministro Lavrov, durante un’intervista all’agenzia stampa Ria Novosti ha detto che non esistono più gli obblighi morali di non fornire i sistemi missilistici terra aria S-300 a Damasco.

“Ora non abbiamo più obblighi morali. Li abbiamo avuti, circa 10 anni fa, promettendo di non farlo, credo su richiesta dei nostri partner conosciuti” ma l’ultimo attacco alleato ha definitivamente spazzato via ogni remora da parte di Mosca.

Sebbene l’S-300 non sia il “non plus ultra” dei sistemi da difesa aerea e antimissile di fabbricazione russa, rappresentati dal S-400 e dal futuro S-500, resta comunque un formidabile strumento di contrasto all’attività aerea avversaria essendo in grado di intercettare missili da crociera e velivoli di ogni tipo e, a partire dalla sua versione S-300V, anche missili balistici a corto e medio raggio.

Quando le prime insistenti voci sulla possibile vendita di questi missili alla Siria hanno cominciato a circolare si sono scatenate subito le prime reazioni preoccupate che hanno portato il portavoce della presidenza della Federazione Russa, Dmitry Peskov, a cercare di minimizzare sviando l’attenzione più sulle parole di Putin che sottolineavano la totale irregolarità dell’attacco alleato mosso senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite e pertanto in violazione dei suoi principi costituenti, piuttosto che sulla possibile cessione degli S-300 ad un Paese alleato di Mosca.

Del resto lo stesso Stato Maggiore si è espresso, per bocca del senatore e capo del Consiglio della Difesa della Federazione e Comitato di Sicurezza Viktor Bondarev, a favore della cessione di nuovi sistemi da difesa aerea a Damasco con la notazione che “attacchi simili a quelli condotti dagli Usa e dai suoi alleati contro la Siria del 14 aprile possono essere impediti attraverso la consegna di sistemi di difesa aerea moderni come ad esempio l’S-300” e che “la creazione di un sistema di difesa aerea multi livello e altamente efficiente in Siria capace di proteggere installazioni militari e civili da raid aerei è possibile con l’assistenza russa già da subito”.

Attualmente, secondo Bondarev, è “necessario implementare le metodologie di addestramento atte a formare personale altamente specializzato per questi nuovi sistemi d’arma” stante anche il fatto che la Russia, non molto tempo fa, ha già avuto modo di rendersi protagonista del rimodernamento di parte di quello che era uno dei più formidabili sistemi di difesa aerea del Medio Oriente e forse del mondo intero. Con lo sfaldamento dell’Esercito Siriano nel 2011 e con anni di guerra intestina – e prima dell’intervento russo – di quel sistema efficace ed efficiente rimase ben poco, poi, con l’aiuto del Cremlino, Damasco ha potuto ricostituire la spina dorsale della propria difesa aerea.

Non è un segreto che Mosca abbia fornito personale e software per gestire il rinnovamento della linea dei sistemi S-125 ed S-200 senza considerare la fornitura dei nuovi “Pantsir S-1” e di sistemi mobili campali come “Buk”, “Osa” e “Strela 10”.

Tutti sistemi che hanno avuto il loro “battesimo del fuoco” proprio durante l’attacco alleato del 14 aprile scorso, quando, secondo le fonti russe, 71 dei 105 missili lanciati sono stati intercettati dalle difese siriane, molto probabilmente coadiuvate da personale russo. Attacco che fu, per ammissione dello stesso Lavrov, coordinato con la Russia che indicò a Washington la “linea rossa” da non oltrepassare individuando quelle zone della Siria da non colpire; “zone rosse” che, con ogni probabilità, sono rappresentate da installazioni in cui è presente personale russo che qualora fosse stato colpito avrebbe portato ad una sicura escalation nell’area e forse non solo.

E’ ragionevole pertanto supporre che, come contropartita, la Casa Bianca abbia chiesto la cortesia al Cremlino di spegnere i propri sistemi di disturbo elettronico, come il Krasukha-4, che erano entrati in azione nell’attacco dell’anno scorso, quando un buon numero di missili da crociera “Tomahawk” era finita fuori bersaglio.

Con l’intervista di venerdì sempre il Ministro degli Esteri russo ha ribadito la sua convinzione in merito al fatto che il Presidente Putin ed il Presidente Trump non permetteranno un confronto armato diretto tra i rispettivi Paesi, ma viene da chiedersi sino a che punto questa politica di scontro per procura e battagli economica risulterà efficace, e soprattutto quanto sia etico “farsi la guerra” sulla pelle di un popolo, quello siriano, che sta entrando nel suo 8° anno di conflitto.