La decisione degli Stati Uniti di sospendere le licenze del sistema operativo per telefonia mobile Android alla compagnia cinese Huawei potrebbe aver innescato una ritorsione che ha il sapore di una vera e propria guerra commerciale. Ritorsione che potenzialmente potrebbe mettere in ginocchio la produzione di apparecchi elettronici a causa del mancato approvvigionamento di una materia prima fondamentale: le Terre Rare.

Come descritto su InsideOver, la promulgazione dell’ordine esecutivo con cui l’amministrazione Trump ha imposto lo stop alla fornitura di componenti software o hardware ai colossi tecnologici dei Paesi rivali (“Executive Order on Securing the Information and Communications Technology and Services Supply Chain”), ha avuto come effetto il blocco delle licenze e degli aggiornamenti Android da parte di Google che ha colpito direttamente Huawei, il colosso cinese di telefonia mobile che ha anche il monopolio della nuova rete 5G, già al centro di diatribe sulla sicurezza dei dati sensibili.

Il provvedimento, però, è stato quasi immediatamente ridimensionato: il blocco è stato ridotto a soli 90 giorni e la motivazione di questa scelta da parte di Washington va ricercata in un segnale, indiretto ma ugualmente forte, lanciato dalla Cina che riguarda proprio la filiera di produzione delle terre rare.

Le Terre Rare, il petrolio del futuro

Facciamo però un passo indietro prima di addentrarci nella questione. Le terre rare (Rare Earth Elements – Ree) sono elementi chimici divenuti fondamentali nella rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo, importante al pari della Rivoluzione Industriale della seconda metà del ‘700.

Terre Rare come il lantanio, cerio e neodimio sono elementi base per l’industria tecnologica ed elettronica moderna e sono presenti in innumerevoli prodotti sia della nostra quotidianità – come schermi Tv o hard drive di Pc – sia di livello militare o altamente specializzato – come magneti, superconduttori, turbine, laser, sistemi di guida di missili e satelliti.

Anche la cosiddetta “tecnologia verde”, ovvero le auto elettriche ma anche i pannelli fotovoltaici, è fortemente dipendente dalle Terre Rare e la lavorazione di questi elementi, dall’estrazione sino al prodotto finito, consuma molta energia con un forte impatto ambientale.

La Cina, in questo caso come nella produzione di litio e cobalto essenziali nella produzione di batterie di ultima generazione, la fa da padrone in quanto è l’unico Paese al mondo capace di controllarne tutta la filiera produttiva: ha infatti tra i più grandi giacimenti di questi minerali e fornisce il 97% del totale mondiale di questa risorsa, facendone praticamente un monopolio seguito, a larghissima distanza, dagli Stati Uniti.

La minaccia cinese

A seguito della decisione Usa, la Cina ha quindi risposto in modo molto sibillino. Come riportato dall’agenzia Xinhua, il presidente Xi Jinping durante un viaggio nella provincia di Jiangxi, ha fatto una visita “a sorpresa” il 20 maggio nello stabilimento della Jl Mag Rare Earth Co. Ltd, azienda leader nel settore dell’estrazione e produzione di Terre Rare.

L’effetto immediato della visita del Presidente è stato quello di vedere le azioni della Jl Mag schizzare in borsa raggiungendo il limite di rialzo quotidiano per il mercato cinese. Apparentemente i due fenomeni sembrerebbero slegati, ma la presenza, insieme a Xi Jinping, del vicepremier Liu He, unita alla tempistica, fa ritenere che la visita sia tutto fuorché casuale.

Liu He è infatti  anche capo negoziatore con gli Stati Uniti sulla questione del commercio e la sua stessa presenza lascia presagire una possibile ritorsione cinese che andrebbe a colpire le esportazioni di questa vitale risorsa commerciale.

La Cina potrebbe infatti prepararsi al blocco dell’esportazione delle terre rare verso gli Usa mettendo di fatto in crisi l’industria tecnologica americana che, come abbiamo visto, è dipende per l’80% dalla produzione di materia prima cinese: le altre zone di produzione sono infatti comunque nella mani di Pechino – l’Africa – o del tutto insufficienti per il fabbisogno delle industrie Usa – l’Australia.

Da questo punto di vista si capisce bene perché Washington faccia fatica a ritirarsi dall’Afghanistan che, come si legge in uno studio dell’Usgs (United States Geological Survey), detiene giacimenti di Terre Rare per un valore di circa mille miliardi di dollari. In un rilievo effettuato nel 2006, infatti, nel Paese lacerato dal conflitto coi Talebani ci sarebbero circa 1,4 milioni di tonnellate di Terre Rare come lantanio, neodimio e cerio. Per fare un esempio, nella sola provincia di Helmand, ben nota alla cronaca di guerra, nei depositi carbonatici di Khanneshin, si stima vi siano riserve per 89 miliardi di dollari.

Nella guerra commerciale in atto tra Stati Uniti e Cina, che ha visto aumentare le tariffe di Pechino sull’import di prodotti Usa dal 10 al 25% mettendo anche in ginocchio la produzione di soia americana, le Terre Rare assumono quindi il carattere di un’arma di rappresaglia molto efficace utilizzata per mettere pressione sulle decisioni di Washington.

Gli Stati Uniti, del resto, si erano guardati bene dall’includere le Terre Rare nel pacchetto di beni soggetti a dazi del valore di 300 miliardi di dollari che ha colpito l’export cinese, e si capisce bene il perché alla luce della dipendenza Usa in questo particolare settore. La visita del Presidente Xi Jinping, quindi, “è un segnale di minaccia agli Usa che la Cina potrebbe usare le Terre Rare come misura di rappresaglia per l’acuirsi della guerra commerciale” come afferma Yang Kunhe, analista presso il Pacific Securities Co di Pechino sentito da Bloomberg sulla questione.

La fine della globalizzazione?

Ci sono anche pareri che contrastano questa visione. Shi Yinhong, professore di relazioni internazionali alla Renmin University, sostiene che il solo mercato delle Terre Rare non ha un impatto significativo nel quadro della guerra commerciale globale. “Sarebbe di piccolo impatto anche se la Cina militarizzasse la produzione delle Terre Rare per rappresaglia contro gli Usa” sono state le parole del professore al South China Morning Post.

Una cosa però è certa: siamo davanti all’inizio della fine della globalizzazione propriamente detta. L’era Trump ha invertito la tendenza non solo attraverso l’emanazione di dazi che hanno colpito, oltre la Cina, anche l’Europa, ma ha ribaltato la visione filosofica generale avendo effetti anche su quello che è stato per un ventennio il regno della globalizzazione: il web.

Il problema della sicurezza delle rete 5G, in mano alla Cina, ha innescato un effetto domino che ha visto cadere l’ideale di sovranazionalità delle reti internet proprio per questa importante questione. Non a caso la stessa Russia, con Runet, si sta attivando per avere una propria rete web indipendente dai server americani, ed anche altri Paesi, come la Francia, sembrano essersi messi sulla stessa strada.

Del resto se ammettiamo che esista un problema di sicurezza dei dati nella nuova rete 5G, dovremmo ammettere che è sempre esistito un problema di sicurezza del web così come lo conosciamo oggi, essendo gestito praticamente per intero da server che hanno base negli Stati Uniti: si capisce bene quindi la decisione di Francia e Russia rivolta a tutelarsi dallo spionaggio industriale – e non solo – da parte degli Usa che è stato molte volte al centro delle cronache. Il blocco di Google imposto a Huawei, con tutto quello che sta innescando come abbiamo visto, è solo l’ultimo tassello di questo domino.