Il 2020 è, in parte, l’anno della Grecia. Arrivati a questo punto di questa più che contorta annata, lo si può ben dire. Due bombe hanno minacciato il Paese ellenico: quella migratoria e quella sanitaria. In entrambi i casi la piccola Atene è riuscita, a differenza che di altri governi potenzialmente con più mezzi, a disinnescare i problemi prima della loro deflagrazione definitiva. Sul primo fronte ha evitato, grazie all’invio di mezzi e uomini ai confini, di cedere ai ricatti di Recep Tayyip mErdogan che da gennaio ha iniziato ad ammassare migranti ai confini. Nel secondo versante, invece, scelte ed approcci in grado di anticipare la diffusione del coronavirus hanno fatto tenere botta alle autorità. Tutto ciò per dire come, in questo contorto e faticoso anno, non tutto era imprevedibile. E non tutto è, alla luce di quanto accaduto, per forza connesso alla malasorte. Semplicemente, alcuni governi hanno agito meglio e sono stati in grado di precedere attori regionali sulla carta più importanti. Vale per la Grecia, ma vale anche per Malta: due Paesi piccoli, che però in questo istante sono riusciti su più versanti a togliere spazio all’Italia.
Grecia protagonista
Le strategie poste in essere dal premier ellenico Kyriakos Mitsotakis stanno funzionando. Sotto il profilo politico, la Grecia è riuscita in questo 2020 ad avere molta voce in capitolo. Paradossalmente, lo scontro con la Turchia di Erdogan sta aiutando Atene. Il governo greco infatti è riuscito a rappresentare in qualche modo un riferimento per chi ha l’obiettivo di rallentare Ankara. Nel Mediterraneo orientale dunque, la Grecia non ha quel ruolo di piccolo malato d’Europa non in grado di arginare i gomiti larghi di Erdogan, al contrario si è rivelata molto attiva sotto il profilo diplomatico. Entrando, ad esempio, nel dossier libico dove in funzione anti turca ha virato verso il generale Haftar. Il peso di Atene non è certo in grado di incidere significativamente sulle dinamiche del conflitto in Libia, tuttavia le prese di posizione del governo Mitsotakis sono servite a dare rilevanza alla Grecia sulla missione Irini.
Quest’ultima, nata all’indomani del vertice di Berlino del 19 gennaio scorso, andrà a sostituire la missione Sophia e servirà a pattugliare il Mediterraneo centrale per prevenire l’afflusso di armi verso la Libia. Obiettivo ben lontano dal suo raggiungimento, ma sotto il profilo politico il fatto stesso che la missione abbia un nome greco (Irini vuol dire “pace“) non è un elemento di second’ordine. Inoltre, Atene ha più volte rivendicato la guida della missione a scapito dell’Italia, che invece ha sempre avuto il timone dell’operazione Sophia. Il compromesso dovrebbe riguardare una staffetta ai vertici di Irini, con un’alternanza tra Italia e Grecia. Circostanza questa che vuol dire molto per le autorità elleniche. Conquiste importanti a livello politico, che seguono i successi politici di inizio anno, quando come detto in precedenza Atene non ha ceduto al ricatto di Erdogan evitando l’ingresso in massa di migliaia di migranti nel suo territorio.
La politica di Malta
La Valletta, rispetto ad Atene, si è posta invece dall’altro lato della barricata. Contraria alla missione Irini, vicina ad Al Sarraj e, molto probabilmente, spinta dalla Turchia. Ma proprio come la Grecia, Malta può essere considerata in questo momento una variabile piccola non indifferente nello scacchiere mediterraneo. Il premier Abela nei giorni scorsi è anche volato a Tripoli, lì dove ad esempio rappresentanti italiani non mettono piede da tempo. E qui il capo del governo maltese ha concluso un memorandum d’intesa con il governo di Al Sarraj che potrebbe isolare ulteriormente l’Italia sull’immigrazione. E questa per il nostro Paese non è affatto una buona notizia, visto che peraltro già Malta su questo fronte più volte ha “stuzzicato” l’Italia mandando verso le nostre coste diversi barconi carichi di migranti.
Italia immobile
C’è una bella differenza tra l’attività, seppur su fronti diversi, di Grecia e Malta ed invece il pressoché totale immobilismo italiano. Roma in questi mesi è stata spiazzata su tutti i fronti. E l’aver dovuto affrontare la pandemia e tutte le varie emergenze connesse non può essere una giustificazione. Anche perché l’immobilismo ha origini precedenti al Covid-19. L’Italia è rimasta ferma quando la Turchia il 27 novembre scorso ha firmato il memorandum con Al Sarraj, ponendosi di fatto come principale partner di un governo fino a quel momento stretto alleato del nostro Paese, seppur tra alti e bassi. Così come Roma è risultata poco reattiva alla problematica relativa all’immigrazione, non andando oltre le richieste sviluppate in ambito comunitario di una redistribuzione e ricollocazione automatica di quote di migranti nei vari Paesi Ue.
Tentativo ripreso nei giorni scorsi dal ministro dell’interno Luciana Lamorgese, che ha illustrato una richiesta firmata con altri colleghi di governi della sponda europea del Mediterraneo volta ad introdurre in Europa un principio di obbligatorietà del ricollocamento dei migranti. Poca roba, visto che già il blocco Visegrad ed altri Paesi del nord Europa hanno fatto sapere di non voler accettare un simile principio. L’impressione è che, in generale, l’Italia sia rimasta più indietro anche di Grecia e Malta. Atene e La Valletta, nel bene e nel male, hanno una loro linea ed una propria strategia sui vari temi più delicati nel Mediterraneo. L’Italia invece no. Roma annaspa, vive alla giornata e naviga a vista, senza alcuna precisa linea politica da tenere da qui alle prossime settimane. E sta riuscendo nell’impresa di apparire in questo istante meno attiva e meno incisiva anche di due piccoli Paesi, quali appunto quello ellenico e quello dell’arcipelago maltese. Un elemento che avrà il suo rilievo non indifferente nel breve e nel medio termine.
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