Una svolta c’è stata e, come descritto nelle analisi pre elettorali, un ciclo è realmente terminato: quello di Antonio Costa e del Partito Socialista alla guida del Paese. Soltanto che in Portogallo, almeno a giudicare dall’esito delle elezioni di domenica, la fine di un’era non ha coinciso con l’inizio di un nuovo ciclo.
In primis perché il partito all’opposizione in questi anni non ha vinto. Secondo i dati diffusi dalla commissione elettorale di Lisbona, i socialisti avrebbero conservato la maggioranza relativa in parlamento anche se per pochi decimi percentuali di vantaggio. In particolare, la formazione del premier uscente ha portato a casa il 28.66% dei voti mentre Alleanza Democratica, la coalizione di centrodestra guidata dai socialdemocratici di Luis Montenegro, si è al momento fermata al 28.63%.
In secondo luogo, perché nessuno dei principali attori politici ha i numeri per formare una coalizione. Non ce l’ha ovviamente Montenegro, il quale anche alleandosi con i liberali non arriverebbe a quota 116 seggi in un parlamento formato da 230 deputati. E non ce li ha nemmeno Pedro Nuno Santos, alla guida dei socialisti dopo le dimissioni del premier Costa.
La fine del bipolarismo?
Il terzo grande attore si chiama Andrè Ventura. È il leader di Chega, parola che in portoghese vuol dire “basta”: il partito, rappresentante della destra sovranista lusitana, è passato da 12 a 48 seggi all’interno del parlamento e ha più che raddoppiato il numero assoluto di voti rispetto al 2022. Nelle sue prime dichiarazioni alla stampa portoghese, oltre a esprimere la soddisfazione per l’esito del voto, Ventura ha parlato di fine del bipolarismo.
E molto probabilmente ha ragione: uno degli aspetti relativi ai risultati delle elezioni riguarda proprio la fine del tradizionale duopolio di socialisti e socialdemocratici. Con il suo 18%, Chega si è inserito prepotentemente nello spazio solitamente riservato ai due principali partiti, pescando trasversalmente da entrambi gli schieramenti e dagli elettori solitamente astensionisti. L’aumento dei voti per il partito di Ventura, ha coinciso grossomodo con l’aumento di votanti rispetto alle ultime elezioni: alle urne domenica infatti si è recato il 66% degli aventi diritto, a fronte invece del 52% della tornata del 2022.
Se due anni fa il Partito Socialista e il Partito Socialdemocratico avevano rispettivamente ottenuto il 41% e il 27% dei consensi, arrivando quindi ad avere assieme il 68% del favore dell’elettorato, oggi con il 28% a testa i due partiti complessivamente hanno ottenuto il 56% dei voti. Segno di una diarchia bruscamente ridimensionata e di un sistema politico da concepire in modo radicalmente diverso almeno per i prossimi 4 anni.
Chi andrà a guidare il futuro governo?
I portoghesi al momento non sanno nemmeno a chi spetterà l’onere di formare il nuovo esecutivo. Di norma, il presidente della Repubblica incarica il leader del partito che ha ottenuto più voti e probabilmente per diversi giorni sarà impossibile comprendere chi, tra Montenegro e Nuno Santos, potrà dire di essere a capo della formazione più votata.
La confusione non è figlia soltanto dell’esiguo scarto tra i due principali partiti. Il discorso riguarda anche la ripartizione dei seggi. Attualmente la commissione elettorale ne sta assegnando 77 ai socialisti e 76 ai socialdemocratici. Questi ultimi però affermano di dover considerare nel computo complessivo altri 3 seggi a loro favore. E questo perché nel collegio di Madeira la coalizione Alleanza Democratica si è presentata con altri simboli e i tre deputati del centrodestra eletti nell’arcipelago, secondo i sostenitori dei socialdemocratici, permetterebbero di far salire a 79 il numero di seggi per Montenegro.
Dai socialisti però, si ribatte evidenziando che il proprio partito è arrivato a quota 77 senza aver stretto alleanze con altre formazioni mentre, al contrario, i socialdemocratici sono inseriti all’interno della coalizione Alleanza Democratica. Dunque, in poche parole, secondo questa interpretazione sarebbe il Partito Socialista il primo partito e spetterebbe a Nuno Santos l’onere di ottenere l’incarico.
L’ipotesi di una grande coalizione
La complessità del caso portoghese è ben evidente proprio dal fatto che nemmeno i freddi numeri possono dar vita a valutazioni oggettive e obiettive. Molto dipenderà quindi anche dalle decisioni del presidente della Repubblica, molto più che una mera figura rappresentativa. Il sistema portoghese viene considerato semi presidenziale, proprio perché il capo dello Stato, pur non essendo il capo del governo, è eletto dal popolo e detiene una minima parte delle funzioni dell’esecutivo. L’apparato istituzionale lusitano spesso viene paragonato a una perfetta sintesi posta a metà strada tra il sistema italiano e quello francese.
L’attuale presidente è Marcelo Rebelo de Sousa, eletto tra le fila dei socialdemocratici nel 2016 e riconfermato nel 2021. Spetterà principalmente a lui gestire l’attuale situazione e decidere a chi assegnare l’incarico. E potrebbe essere proprio il capo dello Stato, secondo i media lusitani, il regista di una possibile grande coalizione in salsa portoghese. Un po’ come avvenuto in Germania con Cdu ed Spd durante parte dell’era di Angela Merkel.
Socialisti e socialdemocratici hanno in comune la volontà di non voler formare un governo con Ventura. Ma nessun altro partito sarebbe in grado di dare a una delle due formazioni la maggioranza necessaria per far nascere un esecutivo. Nonostante Nuno Santos si è detto pronto, in caso di mancato incarico, a guidare unicamente una forte opposizione, l’accordo tra i due principali partiti potrebbe rappresentare l’unica strada per evitare di ricorrere nuovamente alle urne in tempi brevi.
L’esito del voto in Portogallo potrebbe rappresentare un’anticipazione di ciò che accadrà a giugno a Bruxelles: nei sondaggi per le prossime europee infatti, le formazioni della destra sovranista vengono date in forte ascesa, ma non in grado di formare maggioranze nell’europarlamento. Esattamente come a Lisbona, anche tra le istituzioni comunitarie l’idea di dar vita a una nuova grande coalizione potrebbe rappresentare l’unica via per socialisti e popolari per mantenere la guida dell’esecutivo.