Le primarie americane del Partito Democratico avranno inizio il prossimo 3 febbraio. Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete Buttigieg, Micahel Bloomberg: i sondaggi nazionali, per ora, assegnano questo ordine di posizioni. Il quadro, che da qui a luglio può cambiare, si può approfondire su Real Clear Politics.

L’ex vicepresidente di Barack Obama è in testa dall’inizio. Il “vecchio leone” del Vermont, cioè Sanders, ha scalzato la Warren in queste ultime settimane. Prima della “guerra di Trump” in Iran la situazione, nel campo massimalista, era diversa. Sanders ha saputo sfruttare la narrativa pacifista. Per questo si attendeva il dibattito televisivo di ieri sera. Un’attesa che, considerato quanto andato in scena tra i due contendenti socialisti, non è stata mal riposta.

Facciamo un piccolo passo indietro. Sanders e Warren si giocano da mesi il ruolo di sfidante interno di Biden. Sembra improbabile che l’ex numero due della Casa Bianca non arrivi all’uno contro uno finale. Micahel Bloomberg, che ha da poco dichiarato di essere disponibile ad investire un miliardo di dollari, per sé o per gli altri, pur di vedere Donald Trump sconfitto, è abbastanza indietro. Le rilevazioni statistiche lo danno circa al 6%, ma è presto per tirare le conclusioni. Anche l’attuale presidente degli Stati Uniti quattro anni fa era partito in sordina. Il sindaco Pete Buttigeg dovrebbe andare bene in Iowa e in New Hampshire. Poi però la partita per lui dovrebbe diventare più complessa. Ma la parabola ideologica della sinistra statunitense – quella che si è consolidata dalle elezioni di medio-termine in poi, con l’avvento della “new left” di Alexandria Ocasio Cortez – , suggerisce come a sfidarsi per staccare un biglietto per la nomination possano essere un moderato, ossia Biden, e un radicale di sinistra, ossia uno tra la Warren e Sanders. Un presupposto da cui bisogna partire per comprendere i perché dietro la nascente spaccatura.

Passiamo alla cronaca del confronto. Al termine del debate di ieri sera Bernie Sanders ha allungato la mano verso la senatrice Elizabeth Warren, che ha declinato l’invito. E i due hanno pure bisticciato in favore di telecamere. Il perché è presto detto. La Warren ha deciso che attaccare Sanders sulle istanze femministe può essere un buon viatico per tornare competitiva. E Sanders, ben due anni fa, avrebbe sostenuto, parlandone con la sua avversaria, l’impossibilità per una donna di vincere le elezioni presidenziali. Un assist inaspettato che la Warren ha deciso di sfruttare a ridosso dei primi caucus. Nella querelle c’è stato spazio per delle reciproche accuse di bugiarderia: Sanders ritiene di non aver mai esposto quel pensiero; la Warren è sicura che Sanders le abbia dato della “bugiarda”. Non un bel modo, insomma, per manifestare uno spirito d’intenti comune. Ma in questa fase anche le grandi amicizie sembrano poter naufragare.

La sinistra massimalista, differentemente dalla passata tornata dalle primarie – quelle vinte da Hillary Clinton – si è presentata agli elettori, offrendo una duplice scelta. È un problema che attiene al comune bacino elettorale. Perché gli elettori della “new left”, che tra gli iscritti agli asinelli non sono pochi, dovrebbero preferire la Warren a Sanders e viceversa? Su questo lavorano, non senza colpi bassi, i comitati elettorali. Ma tra i due litiganti, come sempre accade, è il terzo a godere. Joe Biden non ha bisogno di agitarsi troppo. Quella del favorito è una campagna parecchio sottotono. L’ex vice di Obama può però contare sui litigi altrui.

Tornando alle rilevazioni: se Sanders dovesse arrivare in testa, come pare, alle primarie in Iowa e in New Hampshire, allora la sua candidatura prenderebbe un buon ritmo..Per la Warren invece continuerebbe un momento “no”, che pare difficile da invertire. La strada che porta alla convention partita, dove la candidatura verrà sancita, è però lastricata di appuntamenti. E di “colpi bassi” sentiremo parlare ancora.