La questione cipriota, a volte ai margini del clamore mediatico riguardante il Mediterraneo, in realtà non smette mai di essere attuale. È attuale in primo luogo perché Nicosia, la capitale, è ancora divisa in due e c’è un muro a ricordare la guerra del 1974 e la divisione tra comunità greca e comunità turca. Allo stesso modo, è attuale perché ancora oggi ci sono città fantasma ed intere popolazioni che da più di quarant’anni non rivedono le proprio case. Ma oggi è attuale anche per un altro argomento non meno delicato: quello dello sfruttamento delle risorse naturali.

I giacimenti di idrocarburi a largo dell’isola

Il Mediterraneo orientale da alcuni anni a questa parte è sotto i riflettori in quanto, dalle coste egiziane a quelle libanesi ed israeliane, passando per quelle cipriote, di recente vengono scoperti diversi giacimenti di materie prime. Si tratta di zone che nascondono in fondo al mare preziose riserve di idrocarburi, soprattutto di gas. Il giacimento più grande viene scoperto alcuni anni fa dall’Eni e si trova nella zona economica esclusiva dell’Egitto: si tratta del cosiddetto “giacimento di Zohr“, emblema della corsa al gas in questa regione del Mediterraneo. Israele e Libano, con le risorse scoperte a largo delle loro coste, promettono una vera e propria rivoluzione nel mercato degli idrocarburi.

Ma anche nelle acque cipriote, come detto, non mancano promettenti giacimenti da esplorare. Solo che, come si sa, l’isola è divisa in due: il 63% del territorio è in mano alla Repubblica di Cipro, il cui governo è riconosciuto a livello internazionale come unico rappresentante dell’intera isola ed è dal 2004 all’interno dell’Unione Europea, la restante parte invece è in mano alla Repubblica di Cipro del Nord. Quest’ultima corrisponde grossomodo al territorio occupato dai turchi nel 1974 ed il governo, non a caso, è riconosciuto solo da Ankara. Ecco quindi che sorge il dilemma: chi ha il diritto di sfruttare i giacimenti nelle acque della zona economica esclusiva cipriota? Secondo l’Ue non ci sono dubbi: soltanto la Repubblica di Cipro può decidere le sorti dei giacimenti in questione. Per la Turchia invece, il governo della parte turca non deve essere lasciato in disparte. In mezzo alla disputa, anche gli interessi di Ankara a mettere le mani sui vasti giacimenti del Mediterraneo orientale, unico modo per estendere la sua influenza nella regione.

La sfida di Ankara all’Europa

Che la questione inerenti i giacimenti ciprioti appare delicata, lo si nota già nel febbraio 2018. In quell’occasione a farne le spese è l’Italia: la nave Saipem 12000 dell’Eni, a cui il governo cipriota assegna una zona di esplorazione nelle proprie acque di competenza, viene bloccata dalla marina turca ed è costretta a fare dietrofront. Ankara in quell’occasione afferma il principio secondo cui il governo di Nicosia ha dato in concessione un’area la cui competenza spetta invece al governo di Cipro del Nord. Da qui l’intervento della marina turca a difesa ufficialmente del governo che rappresenta la comunità turca dell’isola. Nei mesi successivi poi, la Turchia pianifica una serie di interventi volti ad iniziare operazioni di esplorazione dei giacimenti in aree definite da Ankara come di pertinenza turco cipriota.

Ed oggi si arriva a toccare importanti livelli di scontro in quello che sembra sempre più come un vero e proprio braccio di ferro tra Turchia ed Ue. In particolare, il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu rimarca la volontà di proseguire con le esplorazioni. In barba anche alle minacce di sanzioni europee promosse, in sede comunitaria, da Atene e Nicosia e che dovrebbero essere presentate nelle scorse ore. Sanzioni per le quali gli stessi governi di Grecia e Cipro appaiono in disaccordo con Bruxelles in quanto giudicate troppo blande.

“Fino a quando non verrà accettata la proposta del presidente turco cipriota Mustafa Akinciafferma il titolare della diplomazia turca su Cyprus Post – Continueremo con le nostre attività. Esse sono un diritto dei turchi ciprioti”. La proposta di Akinci, per la cronaca, riguarda una collaborazione tra il governo della Repubblica di Cipro e quello di Cipro del Nord per lo sfruttamento dei giacimenti. Proposta però giudicata irricevibile da Nicosia, così come da Atene e Bruxelles che sostengono, in primo luogo, il principio secondo cui non essendo quello di Akinci un governo riconosciuto, gli unici a poter dire la propria sulle attività di quelle acque sono i rappresentanti della Repubblica di Cipro.