Che la competizione interna dei Democratici divenisse una questione aperta a molti c’era da aspettarselo. Era difficile, invece, prevedere che nell’arco di quattro giorni sarebbero arrivate tre ufficializzazioni e una quasi candidatura. Quella di Tulsi Gabbard è una mossa che si inserisce nel quadro dell’ascesa del correntone socialista e anti – sistema. L’esponente eletta nelle Hawaii si è distinta per aver combattuto contro Hillary Clinton al fianco di Bernie Sanders, ma adesso tenterà la corsa in solitaria in vista delle presidenziali per la Casa Bianca.
La Gabbard si aggiunge così’ a Elizabeth Warren e a Julian Castro, ma c’è pure chi sostiene che la senatrice Kirsten Gillibrand stia per fare il discorso valevole per la discesa in campo. Intanto l’esponente moderata degli asinelliha programmato un viaggio in Iowa. La trentasettenne hawaiana, che moderata non è, occuperà lo spazio proprio della sinistra progressista sui diritti civili e statalistain materia economica. La Gabbard, oltre a essere una samoana, professa la religione induista. Entrambi questi fattori rappresentano una novità tra coloro che aspirano a vedersela con Donald Trump nel 2020.
Il fatto che Tulsi Gabbard faccia parte della partita allontana, in parte, l’ipotesi che pure il suo capo – corrente sciolga la riserva. Se Bernie Sanders dovesse candidarsi a sua volta alle primarie dei democratici, la presenza della samoana nei dibattiti perderebbe qualcosa in termini di significato: finirebbero per parlare degli stessi argomenti. In quanti rivoli, poi, possono dividersi i liberal di sinistra? Già la senatrice Warren è destinata a occupare più di qualche base, volendo utilizzare una metafora del gioco del baseball. Ma il senatore del Vermont, lo abbiamo appurato più volte, non è tipo da analisi costi – benefici. Vedremo nel tempo.
A spiccare, tra le caratteristiche portate in dote dalla neo – candidata, è la visione geopolitica: non è affatto allineata con le mire del’establishment. Si dice persino che abbia avuto un incontro privato con Bashar al – Assad, ma la cosa pare mediaticamente discussa. Di sicuro c’è che la Gabbard è una pacifista, contraria all’intervento armato in Siria, ma pure a quella che è stata l’invasione dell’ Iraq. La Gabbard, all’interno delle analisi dei più entusiasti, è spesso associata ai sostenitori del presidente siriano. Un fattore inconsueto per una democratica statunitense.
Non è, insomma, una sostenitrice della teoria del “nuovo secolo americano”. Quella strategia è tornata alla ribalta “grazie” anche alla pellicola biografica su Dick Cheney, vero motore silenzioso degli interventi bellici predisposti dall’amministrazione Bush. Ma la dem, quasi come se fossimo in un paradosso di Bertrand Russell, ha preso parte a due guerre. Può, insomma, dirsi contraria con coscienza di causa. Il suo successo, come detto, è legato al destino di Sanders. Così come quello della Gillibrand dipenderà dalla decisione di Joe Biden.
Nell’acquario dei democratici, per ora, emergono solo i pesci più affamati di finanziamenti. É davvero troppo presto per giungere a qualche conclusione. Certo, c’è la candidatura di Kamala Harris, ma per avere un quadro definitivo delle possibilità di tutti i contendenti, bisognerà aspettare i prossimi mesi.
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