Addio anche al Senegal: la Francia chiude l’ultima base in Africa occidentale

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Fanfare, alzabandiere e un contorno di discorsi solenni per segnare la fine di una storia durata diversi decenni, quella tra la Francia e il Senegal. Parigi ha ufficialmente riconsegnato le chiavi delle basi militari a Dakar, facendo ritirare le sue truppe dallo Stato africano, sempre presenti anche dopo la decolonizzazione. Il disimpegno dei francesi fa capolino dopo l’elezione a presidente di  Bassirou Diomaye Faye, simbolo di una primavera riformista e sovranista che ha indotto Parigi ad alzare bandiera bianca e a battere in ritirata. 

La Francia di Emmanuel Macron vede così l’ultimo bastione nell’Africa occidentale cadere dal momento che nella regione non vanta più la presenza di nessun avamposto militare. Ciononostante, Dakar non avrebbe intenzione di tagliare del tutto i ponti con i suoi antichi colonizzatori.         

Le ambizioni del nuovo Governo

Nel 2024, Faye ha assunto la guida del Paese nel quadro di una campagna elettorale spietatissima il cui epilogo avrebbe potuto essere una guerra civile. Tuttavia, è stato eletto senza eccessive prove di forza promettendo al suo popolo una lotta senza quartiere all’establishment locale e, soprattutto, transalpino.  Il neopresidente ha da subito fatto intendere che sarebbe stato il Senegal a esportare i suoi minerali e a garantire l’approvvigionamento delle fonti energetiche senza l’intermediazione delle aziende francesi.  

Faye aveva chiesto, inoltre, che i 350 soldati d’oltralpe presenti sul territorio facessero ritorno in patria entro quest’anno perché “il Senegal è un paese indipendente, un paese sovrano e la sovranità non accetta la presenza di basi militari in un Paese sovrano”. Oggi come oggi l’obiettivo della nuova amministrazione parrebbe raggiunto ma attenzione, perché Parigi continuerà a giocare la sua partita sebbene più di soppiatto.  

Il generale Pascal Ianni – comandante delle truppe francesi in Senegal – ha detto alla stampa che il passaggio di controllo militare è da interpretarsi come una nuova forma di partenariato tra le due nazioni. La chiave di lettura per comprendere le parole del generale è il contrasto al terrorismo jihadista che richiede l’assistenza di Parigi nella formazione dei soldati locali, nonché la condivisione di risorse e informazioni d’intelligence.    

Il disimpegno francese e l’ombra del Cremlino

Il Senegal e la sua lotta per la sovranità non sono un caso isolato: dal Sahel alla Costa d’Avorio, passando per il Ciad, Parigi ha dovuto arretrare in un continente sempre più restio a rimanere sotto il suo ombrello. L’idea stessa di Françafrique – espressione coniata per identificare le ex colonie francesi legate da un filo diplomatico ed economico all’Eliseo – sembra si stia deteriorando molto in fretta e non pochi analisti sono già pronti ad archiviarla come come un’esperienza storica dal sapore passato.

In questa nuova geografia del potere, Mosca si muove con passo deciso. Mentre la Francia perde terreno, la Russia si propone come alternativa, offrendo non solo supporto militare – tramite forze regolari o gruppi paramilitari come la Brigata Wagner – ma anche investimenti in infrastrutture, energia e miniere. 

Il Senegal, a differenza altre nazioni sorelle come il Burkina Faso, il Niger e il Mali, ha scelto la strada del dialogo con la Francia senza disfare del tutto la tela della storia che, volenti o nolenti, hanno tessuto insieme per quasi due secoli. Dakar vuole uscire dal cono d’ombra del passato coloniale ma per farlo non vuole privarsi aprioristicamente della collaborazione con qualsiasi potenziale partner in un’arena geopolitica sempre più affollata da gladiatori pronti a sfidarsi per un loro posto nell’era post-Globalizzazione.    

InsideOver è una testata libera e indipendente che vuole raccontare il mondo fuori dagli schemi convenzionali del mainstream. Unisciti a noi, abbonati!