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Per gentile concessione di Newton Compton Editori, pubblichiamo un estratto del libro: I confini più pericolosi del mondoDa Russia e Ucraina a Israele e Palestina. Le frontiere più calde di un mondo in fiamme di Andrea Muratore (pp.224, euro 14,90)

Con buona pace dei fautori del “mondo piatto”, che negli anni Novanta i cantori della globalizzazione credevano destinato a emergere come criterio ordinatore degli scambi internazionali e della politica mondiale nel corso del XXI secolo, il presente moltiplica in maniera assidua e continua nuovi confini: nuove frontiere, nuove barriere alla mobilità di merci, persone, persino servizi. Viviamo tempi di grandi contraddizioni, e questo libro mira ad approfondire una dinamica sempre più complessa e articolata: il proliferare di nuovi confini tra Paesi, sistemi economici e territori in quello stesso mondo che, pochi decenni fa, dichiarava di aver assoggettato alle norme del diritto internazionale l’intero ordine mondiale. Ma anche la forza di potentati statuali, subnazionali, asimmetrici o addirittura privati che ambiscono a plasmare questi nuovi confini.

Possiamo definire “confini” ancora validi quelli stravolti da attori come lo Stato Islamico in Medio Oriente o Boko Haram in Africa centrale? Oppure possiamo ritenere complete le statualità di quegli attori, anche vicini al tessuto economico e politico occidentale, come Colombia e Messico, in cui le forze del narcotraffico e della guerriglia creano Stati nello Stato? E, oggi, nelle grandi dinamiche geoeconomiche — dalla corsa all’intelligenza artificiale alla rivalità globale per l’energia — non gioca forse un ruolo decisivo l’azione di potentati economico-industriali privati che, con le loro iniziative, creano confini e connessioni di fatto tra Paesi, includendo ed escludendo interi sistemi come fanno le frontiere tra le nazioni? Tutte queste domande emergono in una fase in cui la globalizzazione è segnata da dinamiche competitive e repentini cambiamenti, e il principio generale d’ordine su cui si fondava la narrazione della “comunità internazionale” sembra venire meno.

Nel mondo d’oggi si moltiplicano le frontiere, le frizioni, le linee d’urto tra grandi potenze, proprio mentre l’economia globale presenta tassi crescenti di scambi commerciali, i movimenti umani non si arrestano e l’innovazione procede. Viviamo in un’epoca in cui gli scambi, i consumi energetici e le migrazioni raggiungono livelli record — segno di profonde interconnessioni — ma il clima geopolitico è tra i più instabili dalla fine della Guerra Fredda, se non dalla Seconda guerra mondiale. Un mondo senza confini in cui i confini si moltiplicano. E in cui il concetto stesso di confine diventa l’emblema di un apparente paradosso, di uno iato tra la realtà che viviamo e i costrutti teorici: una metafora delle dinamiche di potere e della competitività.

Un mondo che predica le frontiere infinite dell’innovazione come fonte di emancipazione per persone e popoli e che cavalca la rivoluzione dell’intelligenza artificiale si trova a fare i conti con frontiere chiuse e nuovi muri. Dai celebri muri fisici — come quello tra Messico e USA, avviato da Bill Clinton e cavallo di battaglia di Donald Trump; quello spagnolo di Ceuta; o la frontiera blindata tra Ungheria e Serbia — a quelli politici, spesso più strategici: la secessione delle Repubbliche del Donbass indotta dalla Federazione Russa, la spartizione di Paesi in guerra civile come il Sudan, le barriere create da sanzioni economiche o dall’esclusione di intere economie da piattaforme di pagamento, come nel caso di Russia e Iran. Lo scenario che, dopo il secondo dopoguerra, pensava di aver relegato le rivendicazioni territoriali e la guerra come strumento politico, deve oggi confrontarsi con un numero record di conflitti attivi (tra 45 e 56, secondo la Geneva Academy of International Humanitarian Law and Human Rights) e con un rinnovato espansionismo di Stati come Azerbaigian, Russia e Israele.

Inoltre, il riflusso identitario generato in molti contesti — soprattutto occidentali — dall’impatto tra cultura globalizzata e realtà locali ha alimentato nuove rivendicazioni autonomiste. Senza le tensioni del mondo globalizzato, non avremmo avuto i rinnovati casi di secessionismo che in Europa hanno portato collettività come Catalogna e Scozia ad accarezzare, negli anni Dieci, l’indipendentismo come risposta ai marosi della crisi globale. Infine, l’impatto delle grandi interconnessioni infrastrutturali, fisiche e digitali, e il divario tra grandi centri urbani globalizzati e retroterra periferici sempre più distanti per opportunità e crescita, stanno ridisegnando gli equilibri del mondo. Le nuove rotte commerciali, soprattutto marittime, stanno creando rapporti di forza in continua evoluzione, tracciando nuovi confini — visibili e invisibili — nell’ordine internazionale.

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