Sono passate poche ore dalla conclusione del vertice di Hanoi tra il presidente Trump ed il suo omologo Kim Jong-un sul destino della penisola coreana ed è giunta l’ora di tirare le somme non solo di quanto avvenuto nelle ultime 72 ore ma di un processo di pace che è cominciato a Singapore lo scorso giugno.

Possiamo dire con certezza che l’incontro di Hanoi, sebbene non abbia rappresentato un dietro-front delle diplomazie di Stati Uniti e Corea del Nord, di certo non verrà ricordato come un passaggio epocale nella storia dei rapporti tra le due nazioni.

I due leader, infatti, hanno lasciato la capitale del Vietnam senza nessun accordo di massima diverso da quanto stabilito, per grandi linee, a Singapore l’anno scorso. Una situazione che potremmo definire di stallo che si è andata cristallizzandosi, ed è culminata con l’abbandono – se pur cordiale come riferisce la stessa Casa Bianca – da parte del presidente Trump del tavolo delle trattative; un abbandono indicativo dello scontro di vedute che ha contrapposto Washington e Pyongyang.

Una strada senza uscita?

Per capire il perché di questa situazione di stallo, che sembra non trovare una soluzione, occorre fare un passo indietro ed analizzare quanto è avvenuto in Corea dal vertice di Singapore ad oggi.

Il giugno scorso i due leader avevano già stabilito quali dovessero essere i punti – a grandi linee – per arrivare alla pacificazione della penisola coreana e alla firma del trattato di pace che andrebbe a sancire il termine giuridico delle ostilità cominciate nel 1950. Tra i due Stati separati dal 38esimo parallelo, infatti, vige ancora formalmente solo un armistizio in vigore dal 1953.

A fronte della richiesta di cessazione degli esperimenti atomici, missilistici e dello smantellamento dell’arsenale atomico di Pyongyang, la Corea del Nord ha richiesto di porre fine all’embargo e al regime sanzionatorio che ne attanaglia l’economia, oltre a chiedere il ritiro delle truppe Usa dalla Corea del Sud.

Singapore da questo punto di vista non è stato un punto di svolta epocale: il programma di test missilistici e atomici era già stato sospeso dalla Corea del Nord come condizione propedeutica per arrivare al tavolo delle trattative, che comunque ha portato ad un enorme e storico passo avanti nelle relazioni tra Seul e Pyongyang.

In merito agli altri punti, allora, come oggi, nessuna delle due parti in causa – Usa e Corea del Nord – ha ottenuto grandi passi avanti. Anzi, analizzando i rapporti che ci vengono dall’intelligence e dall’analisi satellitare possiamo senza ombra di dubbio affermare che Kim Jong-un abbia, in questi mesi, lentamente e volutamente messo più carne al fuoco “nucleare”: mentre smantellava siti minori, non ha smesso di ingrandire quelli maggiori continuando l’attività di ricerca ed estrazione/arricchimento dell’uranio.

La ricognizione satellitare ha infatti evidenziato come la Corea del Nord non abbia cessato il processo di estrazione, e verosimilmente arricchimento, dell’uranio. A Pyongsan, uno dei due siti noti di estrazione del minerale, l’attività infatti non sembra affatto essere cessata: facendo un raffronto tra le immagini satellitari riprese nel 2017 quando la Corea del Nord, in piena crisi diplomatica con gli Stati Uniti, dava notevole impulso al suo programma atomico, e quelle più recenti si può notare che in alcune aree del complesso di estrazione le scorie di lavorazione della materia prima sono aumentate.

Gli stessi rapporti dell’intelligence, a cui il presidente Trump sembra dare poco credito, confermano che, nonostante l’attività di ricerca sia cessata nei siti minori, il potenziale Wmd della Corea del Nord resta totalmente invariato, e soprattutto si ritiene che non abbia alcuna intenzione di disfarsene in quanto, come ripetutamente asserito su queste colonne, esso rappresenti l’unica forma di deterrenza realmente efficace in grado di preservare il regime da un tentativo di sovversione.

Ad ulteriore conferma del tentativo di Kim Jong-un di giocare ad alzare la posta arrivano le conferme della ripresa dell’attività nell’impianto di Yongbyon dove viene prodotto il materiale fissile. Secondo gli analisti si stima che l’attività riscontrata possa aver portato alla fabbricazione di uranio arricchito sufficiente per la costruzione di ulteriori 5 / 7 testate nucleari, che si vanno a sommare alle circa 30 / 40 già in possesso dalla Corea del Nord.

Centrifughe per l’arricchimento sarebbero in azione anche a Kangson, un centro non lontano dalla capitale in posizione strategica perché non lontano dai complessi di produzione missilistica e dal porto di Nampo, dove ha sede un altro centro di ricerca sperimentale per la produzione di Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile).

Questo nuovo, piccolo centro – l’edificio ha le dimensioni di 50×110 metri – rappresenta perfettamente la nuova tattica nordcoreana di mascherare la propria attività di ricerca nucleare e missilistica in complessi conosciuti come civili, siano essi semplici fabbriche o addirittura aeroporti.

In questo modo Kim ha potuto propagandare la chiusura di centri come il poligono di Sohae, utilizzato soprattutto per testare i motori dei razzi di fabbricazione locale, oppure del poligono nucleare di Punggye-ri – che con ogni probabilità è stato chiuso per questioni geologiche e non diplomatiche – pur continuando a mantenere inalterata non solo la propria capacità di deterrenza missilistica e atomica, ma continuando, se pur in sordina e a ritmi meno concitati, l’attività di ricerca e sviluppo.

Stante queste premesse risulta evidente che la richiesta avanzata da Pyongyang di cessare il regime sanzionatorio sia stata rispedita al mittente da parte di Washington, che dichiara che la questione non è in discussione se prima non saranno stati fatti seri ed importanti passi verso la denuclearizzazione.

D’altra parte lo stesso Kim Jong-un ha richiesto che per poter procedere in questo senso sia necessario prima di tutto che gli Stati Uniti ritirino le proprie truppe di stanza in Corea del Sud, questione che, ancora una volta, non viene presa in considerazione dall’amministrazione Trump.

Risulta quindi evidente il motivo per il quale il vertice di Hanoi si sia risolto in un nulla di fatto: entrambe le parti in causa, arroccandosi sulle proprie posizioni, hanno generato un “cordiale” circolo vizioso.

Aggiungiamo inoltre che gli Stati Uniti sono ben coscienti di non poter cedere sul piano delle sanzioni soprattutto per il fatto che la Cina, benché formalmente partecipi al regime di embargo imposto dall’Onu, stia de facto aiutando la fragile economia nordcoreana: attualmente il 93% delle magre risorse che Pyongyang riesca ad importare proviene proprio da Pechino.

Fattore che sicuramente ha turbato il Presidente Trump e ha contributo a convincerlo ad abbandonare il tavolo delle trattative, come si evince anche dal velato accenno alla questione fatto dal Presidente degli Stati Uniti nella conferenza stampa che ha tenuto post vertice insieme al Segretario di Stato Pompeo.

Cosa ci attende?

Come vi avevamo in un certo qual modo preannunciato, il vertice di Hanoi non sarebbe potuto andare diversamente: sebbene i toni della diplomazia americana, oggi, a 24 ore dal termine, siano concilianti e addirittura positivi, in realtà si tratta di un sostanziale “non risultato”, una cristallizzazione di uno status quo che scontenta tutti e non solo a Washington e Pyongyang.

Questo limbo che si è venuto a creare, infatti, metterà ancora più in difficoltà i tentativi di Seul di riconciliarsi con il suo storico nemico: la Corea del Sud in questi mesi è stata molto attiva, non solo diplomaticamente, per cercare una propria strada di riappacificazione: si sono riaperti parzialmente i canali commerciali, le linee di comunicazione, si sono smantellate postazioni militari lungo la frontiera.

Seul pertanto, che nel Nord vede un vitale sbocco per i propri traffici con il continente sin’ora legati solo alle linee di navigazione, rischia di trovarsi in imbarazzo davanti all’intransigenza degli Stati Uniti e davanti ad una controparte, la Corea del Nord, che sta oggettivamente giocando in modo non del tutto pulito. Situazione nota agli addetti ai lavori che è stata solo confermata dal recente vertice di Hanoi.

Washington, d’altro canto, sicuramente mal tollererà d’ora in avanti questa politica autonoma del suo alleato, avversata, peraltro, anche dal Giappone di Abe che teme la Corea del Nord quasi quanto la Cina. Riteniamo pertanto difficile, stante queste congiunture, che la situazione possa sbloccarsi anche perché, storicamente, Pyongyang ha sempre “giocato al rialzo” con la comunità internazionale per poter strappare condizioni più favorevoli in sede di trattative, ma questa volta è più probabile che così facendo si rompa questa “cristallizzazione” causando l’annullamento di quanto (poco) sin qui ottenuto da questo processo di pace che, comunque, sembra essersi arenato.

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