Per adesso Erdogan deve accontentarsi ed accordarsi: la sua strategia volta a mettere pressione all’Europa sul fronte migratorio, aprendo le frontiere turche ed indirizzando migliaia di persone verso l’Ue, deve rimanere congelata. Per lui una mezza sconfitta, ma anche una mezza vittoria: quando nelle scorse ore il sultano è tornato ad Ankara, dopo la sua visita lampo a Bruxelles, ha comunque potuto rivendicare l’apertura di un tavolo per le modifiche dell’accordo del 2016. Quello cioè secondo cui Bruxelles deve dare alla Turchia tre miliardi di Euro all’anno per mantenere dentro il territorio del paese anatolico i 3.6 milioni di profughi siriani presenti. Il presidente turco, specialmente negli ultimi giorni, ha più volte insistito sulla necessità di modificare quell’intesa. Il suo obiettivo era probabilmente quello di veder da subito staccato, da parte europea, un nuovo importante assegno. Ma così, almeno per il momento, non è stato.

La posizione dell’Europa

L’attuale crisi migratoria è iniziata quasi due settimane fa, quando cioè il presidente turco ha annunciato l’apertura delle frontiere. Un modo, come ha poi esplicitamente affermato Erdogan, per attuare una ritorsione all’Europa per via del mancato sostegno alla Turchia nelle ore più calde della battaglia di Idlib. In realtà, da Ankara l’obiettivo era duplice: ricevere sostegno politico per la guerra in corso in Siria da un lato, ma dall’altro il governo turco ha visto la possibilità di strappare un più lauto accordo con l’Europa. Tuttavia, il piano è andato parzialmente a monte: la Grecia, verso cui si sono riversati migliaia di migranti in poche ore dopo l’annuncio di Erdogan, ha risposto blindando i confini ed impedendo di fatto l’esodo verso il proprio territorio e quindi verso l’Ue. E questo, unito anche alla pressione fatta da diversi governi del vecchio continente a partire da quello austriaco di Sebastian Kurz, ha orientato Bruxelles a non cedere ai ricatti turchi.

A Zagabria, nel corso dell’ultima riunione dei ministri degli esteri dei 27, è quindi emersa una posizione abbastanza chiara volta, in primo luogo, alla difesa dei confini esterni. Un principio quest’ultimo che è stato ribadito dal presidente della commissione Ursula Von Der Layen lunedì, a poche ore dal vertice con Erdogan: “Occorre difendere i confini esterni – ha infatti dichiarato il numero uno dell’esecutivo comunitario – ribadendo che l’accordo del 2016 è una buona costruzione”. Ed è stata quindi questa la posizione mantenuta nel corso del vertice con il presidente turco. L’unica concessione in tal senso, è stata data per l’appunto dalla promessa di un’apertura di un confronto sulle modifiche da attuare all’accordo siglato nel 2016.

“L’impegno deve essere reciproco – ha dichiarato al termine dei colloqui la stessa Ursula Von Der Layen – Servono innanzitutto la stabilità nella regione e il rispetto per i migranti”. Un modo dunque per dire ad Erdogan che, se modifiche dovranno esserci all’intesa di quattro anni fa, prima occorre che Ankara torni a bloccare i migranti e ad abbassare i toni. A fare eco alle parole di Von Der Layen, anche il presidente del consiglio europeo Charles Michel: “Con Erdogan è stato un buon incontro – ha fatto sapere l’ex premier belga – ma c’ è ancora della strada da fare. Abbiamo fatto chiarezza sull’accordo del 2016, sui soldi effettivamente spesi e sugli impegni che l’Europa si è presa”.

Il presidente turco dunque, come detto ad inizio articolo, per adesso deve accontentarsi di queste aperture. E deve, contestualmente, adesso provare a rimettere ordine lungo le frontiere terrestri e marittime con la Grecia.

La solidarietà alla Grecia

Ad esultare maggiormente in questi giorni è senza dubbio il premier ellenico Kyriakos Mitsotakis. La sua strategia per adesso ha pagato: il pugno duro lungo i confini, lo schieramento di forze dell’ordine e di sicurezza volto ad impedire l’ingresso di migliaia di migranti, ha fatto sì che Atene sia stata in grado di evitare nuovi esodi all’interno del proprio territorio. Contestualmente però, ha dato primario input ad un cambiamento della posizione europea che in molti avevano pronosticato tendenzialmente assecondante verso i capricci di Erdogan. In secondo luogo poi, la Grecia è riuscita a far puntare i riflettori sulla sua condizione interna relativa alla pressione migratoria, già molto pesante prima delle minacce del presidente turco.

E così, come annunciato sempre nelle scorse ore, da Berlino è arrivata la conferma che almeno cinque paesi europei sarebbero pronti a farsi carico di alcuni migranti attualmente ospitati in territorio ellenico.  Così come dichiarato da Angela Merkel,  Lussemburgo, Finlandia, Francia, Portogallo, oltre alla stessa Germania, potrebbero accogliere almeno 1.500 minori non accompagnati presenti nei vari centri d’accoglienza greci. Una goccia nell’oceano, considerando la proporzione del fenomeno: in Grecia ci sarebbero più di 40.000 richiedenti asilo, 20.000 soltanto nelle isole dell’Egeo. Tuttavia potrebbe essere, per Atene, un primo passo verso il riconoscimento delle sue difficoltà incontrate nel corso degli ultimi anni sul fronte migratorio.

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