I curdi siriani hanno rifiutato la proposta degli Stati Uniti di creare una “security zone” al confine tra Siria e Turchia, che sarebbe sottoposta al controllo delle autorità turche.
Secondo quanto riferito da Aldar Khalil, membro del Partito dell’Unione Democratica curda, i curdi sarebbero disposti ad accettare uno schieramento di forze da parte delle Nazioni Unite nel territorio di confine tra Siria e Turchia, ma rifiuterebbero qualsiasi altra opzione, anzitutto quella proposta da Washington. Khalil definisce ogni altra scelta “inaccettabile, dal momento che infrange la sovranità della Siria e la sovranità della regione curda”.
Analizzando il ruolo che dovrebbe avere la Turchia nella creazione della “security zone”, Khalil si dice preoccupato dell’intenzione di Trump di sviluppare un’area sicura attraverso la cooperazione con la Turchia, la quale “è parte in causa nella contesa e, quindi, non può farsi garante della sicurezza”.
La “security zone”
L’idea di una “security zone” è emersa martedì 15 gennaio scorso, quando il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato di voler stabilire un’area cuscinetto, della profondità di 30 chilometri, nel territorio nord-orientale della Siria, al confine con la Turchia. La decisione sarebbe stata suggerita da Trump stesso durante una telefonata con il suo omologo turco, avvenuta il giorno precedente.
La Casa Bianca, per mezzo della portavoce Sarah Sanders, ha confermato la notizia, sottolineando “l’importanza, per gli Stati Uniti, che la Turchia non maltratti i curdi e le altre Syrian Democratic Forces, con cui le forze americane hanno combattuto per sconfiggere lo Stato islamico”.
Le dichiarazioni della Sanders si sono rese necessarie per tutelare i curdi presenti nel territorio. Preoccupa il fatto che Erdogan abbia dichiarato di poter realizzare la “security zone” soltanto dopo aver “bonificato” il territorio dalla presenza delle People’s Protection Units (Ypg). Il presidente turco è stato chiaro: “Le Ygp sono terroristi. Possiamo lasciare quest’area ai terroristi? Secondo noi, non esiste alcuna differenza tra l’Isis e le Ypg”.
Erdogan ha, inoltre, rivelato che la proposta di creare una zona di sicurezza al confine tra Siria e Turchia era già stata accolta dall’amministrazione Obama, nonostante non si fosse mai arrivati all’adozione concreta delle misure necessarie per realizzarla. Comunque, Ankara e Washington dovranno continuare a discutere di molti dettagli logistici sia per la realizzazione della “security zone” sia per la ricostruzione post-bellica, indispensabile per il ritorno a casa dei rifugiati siriani.
Le tensioni tra Stati Uniti e Turchia
Il colloquio telefonico tra Erdogan e Trump ha smorzato le tensioni che si erano create nelle ultime settimane tra Turchia e Stati Uniti in merito al futuro dei curdi in Siria e che erano culminate nella minaccia, da parte del presidente americano, di “devastare economicamente la Turchia, nel caso Ankara avesse colpito i curdi”.
La guerra di parole tra Stati Uniti e Turchia era iniziata dopo l’annuncio del 19 dicembre 2018 del presidente americano di ritirare le truppe Usa dalla Siria. La motivazione sarebbe stata legata alla sconfitta dell’Isis nel Paese, secondo Trump, l’unica giustificazione per la presenza americana nel territorio siriano.
I curdi siriani
Sono i curdi siriani a rappresentare il punto di frizione tra Ankara e Washington. Gli Stati Uniti li considerano un alleato chiave in Medio Oriente. Organizzati nelle People’s Protection Units (Ypg) e sostenuti dalla coalizione internazionale a guida americana, i curdi hanno combattuto strenuamente contro i militanti dell’Isis, contribuendo in maniera decisiva alla liberazione delle principali roccaforti del califfato.
Al contrario, la Turchia considera le People’s Protection Units (Ypg) al pari dei terroristi dello Stato islamico. Secondo Ankara, le milizie curde farebbero parte del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), un partito politico e para-militare curdo ritenuto illegale da Ankara.
Gli Stati Uniti temono che, una volta ritirate le proprie truppe dalla Siria, la Turchia dia avvio ad operazioni ostili verso queste milizie. In questo senso si è espresso anche il consigliere per la sicurezza nazionale americano, John Bolton. Il 6 gennaio scorso, il consigliere ha posto una condizione alla decisione di Trump, vincolando il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria alla promessa turca di proteggere le milizie curde.
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Affermazioni, quelle di Bolton, che hanno scatenato l’ira di Erdogan, il quale ha accusato Bolton di aver commesso “un grave errore” nel voler imporre condizioni ad Ankara.
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