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Il Tagikistan ha approvato un piano per stabilire una nuova base militare con finanziamenti cinesi. Sembra che le autorità tagike si siano offerte di cedere il controllo a Pechino di una infrastruttura militare di confine posta all’interno del Paese. Tutto ciò sembrerebbe riflettere la volontà della Cina di affrontare la nuova situazione di sicurezza che si sta venendo a creare in Afghanistan a seguito dell’acquisizione del potere da parte dei talebani. Anche Pechino, così come Mosca e Washington, teme che al-Qaeda, Stato Islamico e altre organizzazioni terroristiche possano sfruttare l’attuale situazione di incertezza e fondamentale debolezza di Kabul per intensificare le loro attività nel Paese così come nella regione geografica che lo circonda e in altre parti del mondo.

Sappiamo che il nulla osta del parlamento tagiko per la costruzione della base è arrivato lo scorso 27 ottobre, e che questa fa parte di un accordo più ampio tra il Ministero degli Interni di Dushanbe e il Ministero della Pubblica Sicurezza cinese. La struttura sarebbe situata nel villaggio di Vakhon nella provincia autonoma di Gorno-Badakhshan, secondo quanto riporta Radio Free Europe/Radio Liberty, posto in posizione strategica nel “corridoio del Wakhan” dell’Afghanistan, incuneato tra Tagikistan, Cina e Pakistan.

Fonti tagike affermano che per la costruzione della base si dovrebbero spendere circa 10 milioni di dollari, ma non è chiaro quanto sarà pagato dal governo cinese. Le autorità di Dushanbe hanno poi affermato che, almeno ufficialmente, le truppe cinesi non saranno ospitate in modo permanente, pertanto la base si prevede che sarà occupata da elementi del gruppo di reazione rapida del Tagikistan, un’unità di forze speciali alle dipendenze del Ministero degli Interni, insieme ad altre forze regolari.

L’esatta funzione della nuova base è ancora sconosciuta, anche se il governo tagiko ha affermato che svolgerà compiti di polizia incentrati sulla lotta alla criminalità organizzata e che la struttura avrà “attrezzature speciali per il sistema informativo dell’Interpol” installate dalla Cina.

Pechino gestisce già una base militare in Tagikistan nella regione di Murghab, anch’essa a ridosso del confine afghano vicino al “corridoio del Wakhan”. Si ritiene che la struttura sia in funzione da almeno cinque anni ed è stata oggetto di lavori di ingrandimento che ne sottolineano l’importanza: i dettagli sul sito militare cinese, come il finanziamento e la proprietà, non sono chiari, così come l’esatta natura delle operazioni che prendono il via da quell’avamposto situato lungo il confine.

La popolazione locale, però, riporta avvistamenti regolari di droni militari che decollano dalla corta pista presente nella base e la presenza di apparecchiature di sorveglianza

Sia il governo cinese che quello tagiko hanno ufficialmente negato l’esistenza della struttura e sono noti pochi dettagli sulla sua proprietà e sul suo funzionamento. Sappiamo che a luglio di quest’anno c’è stata la proposta di trasferire la proprietà della base alla Cina da parte del presidente tagiko Emomali Rahmon, ma non è noto l’esito di quell’offerta.

Per la Cina, la sicurezza ai suoi confini occidentali è cruciale e fa parte dei suoi interessi principali in Asia Centrale, pertanto espandere la sua presenza in Tagikistan è lo strumento più rapido ed efficace che possiede in questo momento per preparare il contrasto a possibili attività terroristiche e insurrezionali. A questo proposito Pechino cerca cooperazione con gli altri attori dell’Asia Centrale, in primis la Russia: questa estate i due Paesi hanno tenuto un’esercitazione congiunta in Cina – la prima con questa caratteristica – con lo scopo di approfondire i meccanismi congiunti delle proprie forze armate per l’attività di antiterrorismo e counter-insurgency.

D’altronde per anni la Cina ha lanciato l’allarme sul fatto che gli estremisti uiguri potrebbero utilizzare l’Afghanistan come base di partenza per attacchi contro obiettivi cinesi nella regione o nella provincia occidentale dello Xinjiang.

Mentre la portata della minaccia rappresentata dai militanti uiguri è dubbia, con molti analisti che affermano che i miliziani manchino di coordinamento e del numero per lanciare attacchi, la prospettiva che le minacce terroristiche si diffondano in e dall’Afghanistan sono una preoccupazione centrale per i politici cinesi al pari di quelli russi o statunitensi.

Mosca, ad esempio, già durante il precipitoso ritiro statunitense e della Nato dall’Afghanistan aveva espresso i suoi timori che si potesse assistere a una concomitante rinascita dell’attività terroristica non solo interna, ma anche nelle regioni limitrofe, con particolare attenzione alle repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica che fanno parte della sua sfera di influenza e che, se dovessero incappare in scenari “ceceni” potrebbero innescare un effetto domino del jihadismo in quasi tutto l’estero vicino di Mosca.

Washington, proprio qualche giorno fa – ma in modo del tutto slegato alla notizia della base tagika – ha lanciato l’allarme sulla possibilità che l’Iskp, lo Stato Islamico della provincia di Khorasan, possa essere in grado di tornare a colpire gli Usa entro sei mesi. Diventa importante quindi stabilire un “cordone sanitario” intorno all’Afghanistan per evitare che si assista alla rinascita del terrorismo islamico. Una fascia di sicurezza che, però, nella volontà di Mosca e di Pechino, deve escludere la presenza statunitense per tenere lontana Washington dall’Asia Centrale. Mercoledì 27 il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rilasciato una dichiarazione in cui si invitavano i Paesi confinanti con l’Afghanistan a non ospitare le forze militari degli Stati Uniti o della Nato. Secondo Mosca gli Stati Uniti stanno cercando di instaurarsi nel vicinato afghano con il pretesto di combattere contro i gruppi terroristici, stabilendo basi.

Tornando alla notizia principale, avere rapporti più stretti col Tagikistan per la Cina significa anche mettere al sicuro “le spalle” in funzione del contrasto all’India nel Kashmir. Nuova Delhi, in questo rinnovato contesto di instabilità, potrebbe cercare di cooperare efficacemente con Dushanbe per dare scacco matto alle sfide alla sicurezza provenienti dall’Afghanistan. La cooperazione tra i due Paesi, come riportano gli analisti indiani, è necessaria in questo frangente perché entrambi condividono una visione comune sulla sicurezza e sulla stabilità nel Paese ora governato dai talebani. Del resto India e Tagikistan hanno cooperato in passato per opporsi ai talebani sin da quando presero il potere a metà degli anni ’90, e Nuova Delhi ha sostenuto l’ex governo di Kabul proprio in funzione di contrasto al Pakistan e alla Cina. Ora, coi talebani al potere, la scacchiera si è ribaltata e l’India rischia di essere esclusa se non riuscirà a intessere legami più profondi coi Paesi della regione.