L’annuncio di Donald Trump è arrivato, come di consueto, su Twitter: “Enorme svolta oggi. Storico accordo di pace tra i nostri due grandi amici, Israele ed Emirati Arabi Uniti“. Così, lo scorso 13 agosto, il presidente degli Stati Uniti ha reso pubblica la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi del Medio Oriente. L’annuncio inaspettato ha fatto emergere una lunga serie di rapporti bilaterali che nella penombra andavano avanti da decenni. E in pochi giorni, alla luce del sole, il Medio Oriente ha iniziato a cambiare il suo volto: abolito il boicottaggio degli Emirati nei confronti di Israele, stabilite linee telefoniche, siglati diversi accordi economici e scientifici, annunciati voli diretti tra Tel Aviv e Abu Dhabi. Il primo è decollato lo scorso 31 agosto dall’aeroporto Ben Gurion con a bordo una delegazione israelo-americana che negli Emirati ha avviato le trattative bilaterali in vista della firma dell’accordo tra i due Paesi a Washington.

Con la normalizzazione delle relazioni, gli Emirati Arabi Uniti sono diventati il terzo Paese arabo, dopo Egitto e Giordania, a riconoscere ufficialmente lo Stato ebraico. Una mossa che ha portato nuove tensioni nella regione. Parole di condanna sono subito arrivate dal presidente palestinese Abu Mazen e da quello iraniano Hassan Rouhani, mentre Hamas ha accusato Abu Dhabi di aver pugnalato i palestinesi alle spalle. E mentre il mondo arabo si ritrova spaccato sull’accordo Israele-Emirati, gli Stati Uniti mediatori dell’intesa intravedono grandi opportunità all’orizzonte. È possibile e “logico” che tutti e 22 i Paesi arabi normalizzino i rapporti con Israele, ha dichiarato il consigliere della Casa Bianca e genero del presidente Trump, Jared Kushner, in visita nei Paesi del Golfo per spingerli verso relazioni ufficiali. In particolare, secondo il consigliere americano nel giro di pochi “mesi” il mondo potrebbe vedere un quarto Stato arabo seguire le orme degli Emirati. Ma se il re del Bahrein ha elogiato quanto fatto dallo sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahyan tanto da far pensare ad una prossima apertura verso Israele (anche se il Paese è fortemente dipendente dai Saud in termini di politica estera), in Qatar e Arabia Saudita le cose sono andate diversamente. 

Riad, in particolare, non ha condannato il cosiddetto Accordo di Abramo, ma fin da subito ha sottolineato di non avere alcuna intenzione di seguire la strada tracciata dagli Emirati sostenendo di non voler stabilire legami diplomatici con Israele fino a quando lo Stato ebraico non avrà siglato un accordo di pace con i palestinesi. “Quando nel 2002 abbiamo sponsorizzato il piano di pace arabo, abbiamo pienamente previsto che vi sarebbero potute essere relazioni fra Israele e tutti gli Stati arabi, compresa l’Arabia Saudita – ha spiegato il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud -. Dal nostro punto di vista le condizioni sono molto chiare, bisogna raggiungere una pace fra israeliani e palestinesi, basata su parametri internazionalmente riconosciuti. Solo dopo che questo sarà raggiunto tutto sarà possibile”. Quella di Riad non è quindi una chiusura totale se si guarda anche alle concessioni fatte negli ultimi giorni. Dopo aver autorizzato la compagnia israeliana El Al ad attraversare per la prima volta il suo spazio aereo lo scorso 31 agosto, l’Arabia Saudita ha annunciato che consentirà a tutti i voli tra Israele ed Emirati di sorvolare il regno. Questo però non cambia “la posizione ferma e consolidata del regno nei confronti della causa e del popolo palestinesi”, ha sottolineato il ministro degli Esteri.

Riad quindi frena sulla normalizzazione mandando all’aria i piani di Donald Trump in vista delle elezioni. L’inizio di relazioni diplomatiche tra Paesi arabi, in particolare Arabia Saudita, e Israele avrebbe rappresentato lo scenario perfetto a pochi mesi dal voto di novembre, un pacchetto importante in politica estera sul quale fare affidamento. La chiave della Casa Bianca per altri quattro anni. Ma la prudenza di Mohammad bin Salman, che guarda con timore anche al possibile arrivo di Joe Biden allo Studio Ovale, non fa che contenere le aspettative statunitensi. Con un presidente dem, la ripresa dell’accordo sul nucleare avrà un peso importante nella politica estera americana e l’influenza saudita a Washington diminuirà. Per scongiurare questo scenario, Kushner deve fare pressioni sul regno anche se per vincere le elezioni a Trump potrebbe bastare lo “storico accordo” a due che quanto meno lo salva dalle promesse mancate dell’ambizioso “Piano di pace“. In questi anni, gli Stati Uniti hanno più volte cercato di avvicinare i Paesi del Golfo a Israele in chiave anti-iraniana, ma per i sauditi la causa palestinese che garantisce la legittimità dei leader arabi è troppo importante. Le relazioni con Israele, secondo il clero wahhabita, metterebbero in discussione i capisaldi politici e religiosi del regno e per questo una normalizzazione appare molto lontana dalla realtà. Ma se a livello ufficiale i due Stati non intrattengono relazioni diplomatiche, è anche vero che nell’ombra gli scambi sono molti e la comune ostilità verso Teheran è forte.