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Un nuovo caso Regeni. Ancora ombre sui rapporti tra Italia ed Egitto. A quattro anni dalla morte del ricercatore italiano – torturato e poi trovato morto per le vie del Cairo – tornano le tensioni tra il nostro Paese e il governo di Abdel Fattah al Sisi. Una crisi diplomatica che colpisce i rapporti tra Roma e Il Cairo proprio nel momento in cui che tra le due sponde del Mediterraneo sembrava essere tornata una certa sinergia. E proprio per questo, così come avvenuto con l’affaire Regeni, bisogna fare un passo indietro: capire perché nel momento di maggiore collaborazione tra Italia ed Egitto piombi un caso che può far crollare quanto ottenuto in questi anni. Una sottile linea rossa che vede non solo due parti, ma due Stati che dialogano fra loro e una serie di attori che possono non essere interessati al miglioramento di questa cooperazione.

La questione è complessa. Ed è chiaro che prima di tutto viene il rispetto dei diritti umani. Specialmente dopo i silenzi del Cairo e i depistaggi sulla verità per Giulio Regeni. Ma è chiaro che qualcosa non torna: perché in questo momento non c’era motivo – da parte dell’Egitto – di scatenare un’escalation diplomatica con un Paese con cui ha rapporti sempre più forti soprattutto nel campo della Difesa. Un mese fa Giuseppe Conte era stato in visita ufficiale al Cairo. Mentre In questi giorni, siti specializzati egiziani, francesi e italiani hanno riportato la notizia di una proposta egiziana fatta a Fincantieri per l’acquisto di due fregate Fremm, uno dei vanti della Marina italiana e francese nate proprio dalla partnership tra Roma e Parigi. Un affare da nove miliardi di dollari secondo La Stampa, che si unirebbe ad altri affari tenuti spesso sottotraccia tra l’industria bellica e italiana e la Difesa del Cairo.

Si parla di caccia, aerei da addestramento, elicotteri e pattugliatori: affari di fondamentale importanza non soltanto per l’industria bellica italiana, ma anche per la stessa strategia del Paese. Ogni accordo militare non è solo un tema economico: è politico. Chi vende armi a un Paese costruisce con esso un legame molto più solido di quanto si possa credere. E il fatto che Al Sisi abbia da tempo avviato una politica di riarmo per cambiare gli equilibri del Nordafrica e del Medio Oriente, fa capire l’importanza di queste commesse militari. Qualcosa, al Cairo, è cambiato. E l’Egitto sogna di nuovo in grande: ma sognando, rischia di provocare non pochi scontri all’interno delle potenze che vogliono “coprire” le richieste egiziane.

L’Egitto, in questi anni, si è trasformato in un vero e proprio territorio di caccia per i giganti europei (e non solo) dell’industria militare. La Germania ha venduto fregate e corvette alla marina egiziana, la Russia prova da tempo a vendere i suoi caccia, mentre la Francia ha venduto due portaelicotteri classe Mistral, una Fremm e 36 caccia Rafale. Nessuno vuole perdere i sogni egiziani: ma è chiaro che tutto ha un prezzo nei rapporti diplomatici. Ed è proprio da Parigi, per esempio, che si può partire per comprendere a chi dia fastidio un inserimento di forza dell’Italia nel panorama bellico del Cairo. Interessante, sotto questo profilo, il taglio dato dal quotidiano francese La Tribune alla notizia del presunto accordo tra Roma e Il Cairo per la vendita due Fremm, con il giornale transalpino che ha parlato espressamente di schiaffo nei confronti di Emmanuel Macron da parte egiziana (e conseguentemente da parte italiana) dal momento che il progetto Fremm è frutto proprio della partnership tra Italia e Francia. Ed è chiaro che per l’Eliseo si tratta di una ferita notevole nella propria strategia nordafricana.

La questione per la Francia è molto seria: preferirle l’Italia è un colpo durissimo. E non riguarda solo le fregate. Come riportano sempre i media francesi, il governo di Al Sisi ha voluto far pagare a Macron i commenti sui diritti umani rinunciando all’acquisito di 12 caccia aggiuntivi Rafale, considerati troppo costosi, sostituendoli (forse) con gli F-35. Se a questo schiaffo si aggiunge anche la possibile rinuncia agli elicotteri Eurocopter EC 725 preferendo quelli di Leonardo, è chiaro che sulle rive della Senna l’ira sia forte.

Un’ira non diversa da chi, pochi mesi prima dell’omicidio di Regeni, si vide soffiare l’enorme giacimento di gas di Zohr da Eni. Una coincidenza che fa comprendere come i rapporti tra Italia ed Egitto siano costantemente messi in pericolo nel momento in cui l’asse fra Roma e il Cairo si rafforza: come affermato anche dallo stesso presidente al Sisi e come ricordato anche dall’allora presidente della Commissione Esteri, Pierferdinando Casini, che confermò ai giornalisti che altri Paesi europei avevano approfittato delle tensioni tra Italia ed Egitto dopo la morte di Regeni per coprire il vuoto lasciato dall’Italia con la crisi diplomatica che si era appena aperta. Lo stesso ex presidente della Camera ricordò in quell’occasione il fatto che François Hollande firmò a pochi giorni dalla morte del ricercatore italiano accordi di fondamentale importanza col Cairo.

Luigi Di Maio non sbaglia a ribadire l’impossibilità di rinunciare all’ambasciatore in Egitto: ci sono troppi falchi pronti a colpire per strappare all’Italia la sua strategia nel Mediterraneo. A partire dalla Libia.