Per le strade della Polonia si protesta ininterrottamente dalla sera del 22 ottobre, quando il Tribunale Costituzionale ha decretato l’illegalità dell’aborto eugenetico e ristretto significativamente l’accesso delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza. Quel verdetto, che non è ancora divenuto effettivo perché l’esecutivo ne sta tardando la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha dato il via ad una campagna di proteste, disordini e violenze che non mostra segni di esaurimento.
La questione, dopo aver attirato in maniera sospetta l’interesse della Germania, il 26 novembre è approdata ufficialmente nel Parlamento Europeo.
La risoluzione
L’Europarlamento ha adottato una risoluzione di condanna nei confronti del governo polacco nel pomeriggio del 26 novembre. Il documento, approvato con 455 voti a favore, 71 astensioni e 145 contrari, non ha natura vincolante, ma rappresenta sicuramente il primo passo verso l’adozione di azioni concrete contro Diritto e Giustizia (PiS).
Nella risoluzione viene invitato il governo polacco “ad astenersi da ogni ulteriore tentativo che restringa i diritti sessuali e riproduttivi delle donne” e si ricorda, a questo proposito, che l’Unione Europea ha il “dovere legale” di punire infrazioni e comportamenti contrari all’acquis comunitario. Nel caso specifico, accusando l’esecutivo polacco di aver limitato l’indipendenza del potere giudiziario, i firmatari ritengono che sussistano i criteri per avviare una procedura di infrazione contro Varsavia.
La sentenza del Tribunale Costituzionale di Polonia, secondo Bruxelles, non sarebbe il frutto di un’analisi asettica ed imparziale del testo fondamentale polacco, ma sarebbe “un altro esempio del rilevamento politico del [potere] giudiziario [da parte dell’esecutivo] e del collasso sistemico dello stato di diritto in Polonia”. Il verdetto, infatti, sarebbe stato espresso da “giudici eletti e totalmente dipendenti da politici della coalizione al potere guidata da PiS”.
La risoluzione si conclude con due affermazioni particolarmente significative: il diritto all’aborto rientra nella categoria dei cosiddetti diritti umani, perciò il governo polacco viene ritenuto complice di una violazione in tal senso, e le forze dell’ordine sarebbero colpevoli di un “utilizzo della forza e della violenza eccessivo e sproporzionato contro i dimostranti”, un altro evento condannato dai firmatari del documento.
Onde evitare che la sentenza possa avere riflessi nel resto dell’Ue e rimettere in discussione i diritti riproduttivi e sessuali delle donne negli Stati membri, i firmatari della risoluzione si appellano alle istituzioni comunitarie ad aumentare gli sforzi per promuovere e difendere i suscritti e per supportare “gruppi della società civile che alimentino lo stato di diritto”.
Polonia, cosa sta succedendo
La sera del 22 ottobre il Tribunale Costituzionale (Trybunał Konstytucyjny) ha sentenziato in maniera perentoria e inappellabile che il cosiddetto aborto eugenetico, ossia l’interruzione volontaria di gravidanza causa malformazioni al feto, è contrario ai principi enunciati dalla costituzione. Il verdetto ha rappresentato il casus belli di una rivolta massiccia, generalizzata ed estesa a macchia d’olio in tutto il Paese.
Gli appelli alla calma e alla ragione provenienti dall’esecutivo e dalla Chiesa cattolica non hanno sortito alcun effetto: il grado di intensità delle dimostrazioni è aumentato con il passare dei giorni, le città in cui stanno venendo organizzate proteste sono aumentate da una sessantina ad oltre duecento, e le manifestazioni sono sempre più partecipate e, soprattutto, violente.
Il malcontento per la sentenza sta venendo sfogato in maniera particolare contro le chiese, le croci, le statue raffiguranti personaggi della cristianità, i monumenti dedicati a Giovanni Paolo II e i memoriali antinazisti e anticomunisti. Le azioni di disturbo, come le interruzioni delle messe, si sono trasformate in epidemie generalizzate di attacchi vandalici contro il patrimonio religioso e storico, in aggressioni contro i fedeli e contro i laici intenti a fermare dissacrazioni e/o distruzioni.
Il governo, dopo l’iniziale adozione di una linea dura, ha optato per il temporeggiamento, che potrebbe essere propedeutico ad un ripensamento. Fino ad oggi, infatti, la sentenza non è stata ancora resa effettiva poiché ne sta venendo ritardata la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Polonia (Dziennik Ustaw). Non è da escludere, a questo punto, che prossimamente si possa assistere ad una retromarcia.