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Politica

Etiopia: Abiy Ahmed vince un voto senza storia ma tigrino e oromo non cedono le armi

Vittoria senza particolari patemi per il premier, il quale però deve vedersela con l'instabilità interna e con il puzzle della politica estera.

Il conteggio delle schede non sta rivelando sorprese: buona parte dei 547 seggi del Parlamento etiope saranno assegnati al Partito della Prosperità del premier Abiy Ahmed. E non c’erano affatto dubbi alla vigilia. Nel 2019, l’attuale capo dell’esecutivo ha deciso di riunire in un’unica formazione tutti i principali partiti etiopi i quali, a loro volta, per molto tempo sono stati espressione ciascuno delle proprie etnie di appartenenza. Vi era il partito degli oromo, a cui appartiene Ahmed, il partito degli amara, delle popolazioni etiopi del Sud, dei somali e degli afar. Una volta riuniti tutti dentro lo stesso contenitore politico sotto le insegne del Partito della Prosperità, la nuova formazione è diventata quasi egemone e non si è mai formata da allora una vera alternativa. Questo ha forse garantito stabilità ad Abiy Ahmed, ma ha anche suscitato le critiche nei suoi confronti per una certa deriva autoritaria. Non solo, ha anche scatenato diverse rivolte in giro per il Paese da parte di gruppi che hanno avvertito una certa discriminazione da parte del potere centrale.

Il rischio instabilità interna

Tra i partiti etnici che hanno dato vita al Partito della Prosperità, ne manca uno all’appello: è il Tplf, il partito dei tigrini capace di dominare la scena etiope per quasi 30 anni. Con l’arrivo al governo di Ahmed, la formazione tigrina si è “limitata” a governare la regione del Tigray senza però aderire al nuovo partito del premier. Il motivo è da rintracciare nel fatto che il Tplf non ha mai visto di buon occhio il massimo progetto politico dell’attuale capo del governo: l’etiopianismo. Ossia il superamento delle divisioni etniche e federali a favore di una forma di governo più centralizzata, avente come perno i tratti comuni e distintivi dell’identità etiope. Il Tplf ha rifiutato il superamento del federalismo, ha confermato il proprio potere nella propria regione di riferimento e nel 2020 è stato attaccato dalle truppe centrali su ordine di Abiy Ahmed. Ne è scaturito un conflitto molto duro, solo parzialmente risolto dagli accordi di Pretoria del 2022. Nelle ultime settimane, sono stati registrati movimenti sospetti da ambo le parti in grado di coinvolgere anche la confinante (e mai del tutto amica) Eritrea.

Il governo deve vedersela però anche con altre fonti di instabilità interna. C’è quella legata alla guerriglia oromo, così come quella generata dal gruppo Fano. Quest’ultimo è il nome della principale formazione combattente degli amara, impegnata in pesanti combattimenti in diverse aree della regione in cui gli amara costituiscono la maggioranza. Nei mesi passati, i guerriglieri Fano sono riusciti a conquistare diverse località salvo poi indietreggiare. Rimane però il fatto che un conflitto, seppur a bassa intensità, esiste e le forze regolari hanno difficoltà a domarlo. Per questo in varie aree non si è nemmeno votato: seggi chiusi lì dove la guerriglia degli oromo e dei combattenti Fano ha al momento sottratto il territorio dal controllo statale. Schede rimaste sigillate anche in buona parte del Tigray, a testimonianza di come l’Etiopia debba fare i conti per adesso con una situazione tutt’altro che tranquilla.

La partita in politica estera

Il successo nel voto di pochi giorni fa non contribuirà certo ad appianare le varie crisi interne. Per Abiy Ahmed tuttavia, il valore delle elezioniè importante soprattutto a livello di politica estera. In questo campo, presentarsi con un Parlamento quasi interamente dominato dal proprio partito potrebbe rappresentare una carta non indifferente. Il motivo è dato dal fatto che Addis Abeba sta giocando una partita molto delicata. Abiy Ahmed ha come ambizione quella di rendere l’Etiopia il terzo polo economico e politico d’Africa (dopo Sudafrica e Nigeria), sfruttando soprattutto il fatto di rappresentare già oggi il secondo Paese più popoloso del continente. Per farlo,il premier ha incastonato il suo governo in un puzzle molto intricato di alleanze.

Ahmed ha sempre rivendicato uno sbocco a mare per il proprio Paese, andando così ad avvicinarsi al Somaliland. Quest’ultima è l’entità separatista della Somalia riconosciuta il primo gennaio scorso da Israele e molto vicina agli Emirati Arabi Uniti. Di riflesso, l’Etiopia è oggi politicamente alleata di Abu Dhabi in contrapposizione quindi dell’altro blocco venutosi a creare in medio oriente. Quello cioè formato da Arabia Saudita, Sudan ed Egitto. Con Il Cairo poi, le posizioni sono tese da tempo per via della diga Gerd, l’immensa infrastruttura che per l’Etiopia rappresenta la rinascita mentre per gli egiziani una drammatica diminuzione della portata del Nilo. In generale, si può dire che il voto per Ahmed altro non è stato che un tassello da incastrare sia nel mosaico della politica interna che in quello della politica estera. Entrambi i mosaici però, rischiano di crollare al primo movimento.

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