Il premier giapponese Shinzo Abe, annuncia le proprie dimissioni dopo quasi otto anni consecutivi di governo. La motivazione sarebbe da ricondurre ai dolorosi affanni causati da un male cronico, la colite ulcerosa, di cui Abe soffre dall’età di 17 anni. Quando nell’arco di pochi giorni, nelle scorse settimane, è circolata la notizia che il primo ministro giapponese si era recato nell’Ospedale dell’Università di Keio per dei controlli sulla sua condizione fisica le voci hanno iniziato a circolare, per poi diventare in seguito sempre più pressanti.

La salute personale del premier potrebbe dunque riuscire laddove tre elezioni (2012, 2014, 2017) e numerose sfide alla sua leadership nel Partito Liberal-Democratico da lui guidato non sono riuscite: sottrarre ad Abe il controllo dell’agenda politica giapponese e dell’azione di governo, da lui rilanciata a partire da quel 26 dicembre 2012 in cui la Dieta del Giappone, il parlamento nipponico, lo elesse nuovamente primo ministro dopo la fugace esperienza di governo del 2006-2007.

Abe, nato nel settembre 1954 nella capitale nipponica da una famiglia usa da tempo a frequentare i palazzi del potere di Tokyo, figlio di Abe Shintaro, che fu Ministro degli Esteri negli Anni Ottanta, nipote di un deputato per via paterna (Abe Kan) e di un primo ministro (Kishi Nobusuke, in carica dal 1957 al 1960) per via materna, nel corso della sua lunga leadership ha collezionato importanti risultati che hanno cambiato il quadro politico giapponese.

Abe ha impostato una piattaforma politica estremamente ambiziosa capace di rilanciare le prospettive strategiche ed economiche di Tokyo nel contesto globale e mirato a stimolare un’innovazione profonda dell’architettura istituzionale e costituzionale emersa dalla sconfitta giapponese nella seconda guerra mondiale. Fieramente conservatore, membro dell’ala più rigorista del partito di centro-destra di cui fa parte, Abe ha portato nei palazzi del potere di Tokyo una mentalità più aperta a iniziative strategiche consolidate rispetto ai suoi predecessori, a lungo focalizzati sul mantenimento del benessere economico e materiale del Paese con politiche di piccolo e medio cabotaggio.

Membro della società Nippon Kaigi, che si batte per rilanciare il senso di orgoglio e appartenenza nazionale nel sistema-Paese nipponico, valorizzare nuovamente la figura politica dell’imperatore e superare l’eredità ideologica e materiale della seconda guerra mondiale Abe ha trasmesso in proposte politiche la sua visione. Ed è significativo per capire la sua parabola politica partire dalle opere incompiute: Abe ha per otto anni inseguito il superamento della clausola pacifista insita nell’Articolo 9 della Costituzione elaborata dopo la resa agli Alleati nel 1945. Paravento istituzionale per giustificare strategie più assertive sul fronte internazionale, rafforzamenti dell’apparato militare, rilancio di una retorica patriottica che in Giappone non si vedeva dai tempi della guerra. Obiettivo che si è rivelato, in fin dei conti, quasi utopico in una società come quella giapponese, abituata da tempo al benessere diffuso, ma che dà l’idea della duplice natura del leader Abe: un concentrato di idealismo e realismo, un uomo forte capace di leggere lucidamente la sua epoca ma saldo nelle proprie convinzioni ideologiche. Sotto certi punti di vista, ma con tutti i dovuti distinguo del caso, un personaggio non troppo diverso dal presidente cinese Xi Jinping in quanto a differenza rispetto ai disegni dei predecessori.

Abe ha comunque sdoganato la possibilità per le forze armate nipponiche di partecipare a missioni internazionali, inserito la competizione con la Cina e l’alleanza con gli Stati Uniti in un’architettura più ampia in cui Tokyo ha potuto coltivarsi autonomamente spazi diplomatici (come i progetti geoeconomici o l’alleanza con India e Australia) e tornare attore di primo piano. Poco successo hanno avuto invece le pressioni sul neo-imperatore  Naruhito affinché, dopo l’abdicazione del padre Akihito assumesse un più spiccato ruolo politico. “Ordine e armonia”, il significato del termine Reiwa con cui Naruhito ha denominato la sua era imperiale, non coincide fino in fondo con l’idea politica di Abe.

Sull’economia Abe ha rotto la tradizionale linea rigorista e neoliberista del suo partito lanciando le politiche di ampio respiro della Abenomics, un programma ultra-keynesiano di spesa pubblica alimentato dalla dilatazione dei bilanci della Bank of Japan e finalizzato a riportare livelli di crescita e investimento sostenuti nel Paese. Il programma ha aumentato, sotto diversi punti di vista, la sostenibilità del debito pubblico giapponese incrementando la presa su di esso della BoJ, ma al contempo ha risentito di tutti i problemi tipici dei quantitative easing: un’eccessiva postura finanziaria. “Sebbene gli investimenti privati in Giappone siano aumentati negli ultimi anni, gli analisti sono concordi sul fatto che quelli aziendali dovrebbero essere molto più sostenuti, alla luce delle riforme fatte”, fa notare l’Ispi. Nonostante i profitti record delle società, negli ultimi sei anni, gli investimenti hanno registrato solo un aumento moderato ma l’aumento previsto dei salari giapponesi – una delle condizioni preliminari di una sana inflazione – non si è ancora materializzato. Tutto ciò ha determinato crescenti preoccupazioni relative alla sostenibilità delle riforme intraprese.” Sul lungo periodo Abe ha individuato nella riduzione delle imposte alla classe media, passate dal 37 al 32% con prospettive di tagli al di sotto del 30%, nell’attrazione di manodopera straniera nei settori qualificati e nell’inversione del declinante trend demografico le politiche da attuare contemporaneamente ai progetti di espansione della base monetaria.

Tali progetti, dopo le dimissioni, saranno lasciati in campo al suo successore, che potrebbe essere l’unico membro del governo con esperienza da premier, il vice di Abe Taro Aso, in carica tra il 2008 e il 2009 alla guida del Paese e dal 2012 “zar” della politica economica come ministro delle Finanze. Cattolico, prossimo agli 80 anni, Aso è un custode della linea politica portata avanti da Abe nel lungo periodo da premier, ed è forse addirittura più tenace nelle sue convinzioni rispetto al compagno di partito. La successione non sarebbe, dunque, una vera eredità, ma avverrebbe nella continuità, con l’unica differenza del diverso carisma tra Abe e il più schivo Aso. Una scelta che sostanzialmente non modificherebbe le linee prospettiche disegnate da Abe alla guida del Paese.

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