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La strategia di Emmanuel Macron è molto più ampia di un semplice cambio di governo. Il piano dell’Eliseo si poggia, come detto più volte, su tre direttrici: blindare l’asse con gli Stati Uniti, isolare l’Italia, sfruttare la scia della Germania per sostituirla nella leadership europea. Un piano perfetto che si fonda, inevitabilmente, su un altro pilastro: l’errore dell’Italia di convincersi che l’europeismo francese non celi il piano di guidare l’Europa colpendo proprio la stessa strategia italiana. Un errore di superficialità che si paga a caro prezzo: perché mentre Parigi ha ben chiaro cosa volere dall’Europa come moltiplicatore della sua stessa forza, in Italia sono ancora in molti a pensare all’europeismo di facciata di Parigi come una stella polare. Mentre in Francia hanno ben chiari i loro obiettivi: prima di tutto costruire intorno a Roma una sorta di cordone diplomatico e strategico che non ci permetta di operare.

Non complottismo, ma semplice strategia. Le mosse della Francia, finora, sono state perfette. Innanzitutto, è risuscito nel non facile intento di distaccare l’amministrazione Trump dai sogni di gloria italiani. L’asse costruita tra governo americano e sovranisti italiani (con l’aggiunta dell’amicizia personale tra Giuseppe Conte e il presidente americano) si è sciolta con la decisione di Matteo Salvini di abbandonare l’alleanza con i Cinque Stelle, contemporanea al declino di John Bolton alla Casa Bianca. Concluso l’idillio tra il governo giallo-verde e l’America di Trump, si è sovrapposta una timida apertura dello stesso leader Usa verso il nuovo governo che però è stata più che altro la conferma che a Trump interessassero le garanzie offerte da Conte. Per il resto, il governo statunitense si è dimostrato molto freddo rispetto al Partito democratico – visto che i contatti del Pd sono con i democratici americani – così come è interessante che Lewis Eisenberg, ambasciatore Usa in Italia, abbia incontrato subito Luigi Di Maio.

Questo cambio di governo interessava soprattutto alle potenze europee e in particolare alla Francia, che da adesso ha un governo amico dopo uno che lo aveva completamente avversato. Un cambio di passo che è servito a un duplice scopo: sganciare l’Italia dalla partnership sempre più forte con Donald Trump e riagganciarlo all’asse franco-tedesco per gli interessi francesi. Scelte perfette sostenute, inutile dirlo, dalla mossa di Salvini.

Isolare l’Italia dalle velleità di Trump non è una mossa di poco conto. Conte aveva addirittura agitato come un trofeo la famosa cabina di regia italo-americana per il Mediterraneo allargato definita nel vertice di Washington. Ma grazie ai tentennamenti italiani e alla indubbia capacità diplomatica francese, Roma è riuscita a perdere quella buona stessa ottenuta Oltreoceano. E con gli occhi di Washington puntati verso il Golfo Persico e verso il Pacifico – veri obiettivi dell’agenda americana- ora la Francia può avere campo libero in Africa settentrionale e nel Sahel, che sono le aree che interessano alla strategia francese. In questo momento, a Trump non interessa quello che accade tra Bengasi e Tripoli: gli basta avere appoggio sul fronte iraniano. E l’Italia, che aveva ottenuto l’appoggio americano in Libia, ha perso questa sinergia proprio grazie ai suoi errori, tentennamenti e mosse furbe di Parigi e Berlino.

Primo obiettivo raggiunto: sganciare l’Italia dall’ala protettrice di Trump. Ma la tenaglia non si è fermata. Colpito l’asse italo-americano, Parigi si è potuta concentrare anche su quello tra Mosca e Roma. Da un lato sfruttando gli attriti tra Italia e Russia riguardo il caso Savoini e il caso Korshunov (il primo che ha avuto ripercussioni anche sulla politica italiana e dell’Italia in Europa), dall’altro lato mostrandosi aperto verso il Cremlino per quanto riguarda il suo rientro nel G-7 e l’allentamento delle sanzioni. Una strategia che ha sicuramente ha avuto dalla sua parte i tentennamenti di Roma soprattutto l’indubbia forza della Francia in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’Unione europea e come potenza internazionale. Un peso che paga, specialmente in Medio Oriente, dove Parigi c’è e può incidere sensibilmente nello scacchiere dei conflitti che interessano Putin.

Allentata l’asse con Trump, “accalappiato” Putin, garantito (inevitabilmente) anche in Europa, Macron ha poi avuto buoni gioco anche con la stessa Cina, con cui l’Italia ha firmato il Memorandum per la Nuova Via della Seta. Perché se è vero che l’Italia, con i porti di Genova e Trieste, è considerata l’ancora del Mediterraneo centrale della Via della Seta, è anche vero che Pechino necessita di un interlocutore europeo che possa rappresentare (o voler rappresentare) l’Ue. E con la Merkel debole e con l’Italia che tentenna (come dimostrato anche nel decreto sul Golden Power), ecco che Xi Jinping ha trovato proprio nella Francia la potenza europea con cui dialogare. Prova ne è stato il viaggio a Parigi di quest’anno. Arrivato dopo il tour italiano, l’incontro dell’Eliseo con Macron, Merkel e Jean-Claude Juncker ha fatto capire chi fossero i leader dell’Unione europea. E i contratti firmati ne sono una dimostrazione. decine di miliardi di euro di import export.

L’Italia, in tutto questo, non sembra avere in mente una strategia reale. Ed è questa la colpa più grave. Oscillante fra Europa, Atlantico e Oriente, Roma non sceglie: sceglie di rimanere al centro. Ma in questo gioco di superpotenze, la nostra strategia pecca di presunzione. E concedersi alle lusinghe di Macron significa non comprendere, fino in fondo, che all’Eliseo stanno cercando di tagliare l’Italia fuori dai giochi. E ci stanno riuscendo.