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Sono oltre 150mila e da quarant’anni vivono nelle tende e nelle case fatte di sabbia nell’inospitale Sahara algerino.

Cinque enormi campi profughi distanti anche diverse ore di jeep l’uno dall’altro dove i Saharawi si sono installati dal 1975 per fuggire all’occupazione militare marocchina del loro paese, il Sahara Occidentale.

Migliaia di persone che vivono solo grazie agli aiuti internazionali ma che sull’hammada (il deserto in pietra dove fa troppo caldo per viverci d’estate e troppo freddo d’inverno) sono riusciti a creare orgogliosamente scuole, ospedali, orti. Il loro paese, l’unico al mondo a non aver ancora potuto intraprendere il processo di decolonizzazione auspicato dall’Onu, è un territorio di oltre 250mila chilometri quadrati, situato tra Mauritania e Marocco, ricco di risorse minerarie e le cui coste sono considerate le più pescose di tutta l’Africa. Un paese occupato da 40 anni dal Marocco che ormai lo considera parte del proprio territorio anche se nessuno stato ne ha mai riconosciuto l’annessione. E lo fa col pugno duro reprimendo duramente ogni manifestazione pacifica dei Saharawi. Violenze e torture denunciate anche da Amnesty International nel suo report dello scorso maggio: “L’ombra dell’impunità: tortura in Marocco e nel Sahara Occidentale”.

Colonia spagnola sin dalla fine dell’800, il Sahara Occidentale diventa terreno di conquista di Mauritania e Marocco all’indomani della morte di Francisco Franco e dell’abbandono del territorio da parte della Spagna. I Saharawi reagiscono come possono e improvvisano la resistenza attorno al Fronte Polisario, che libera alcune aree per lo più desertiche e proclama nel 1976 la Rasd-Repubblica Araba Saharawi Democratica, oggi riconosciuta da 51 stati riuniti nell’Unione Africana e da una trentina di altri paesi. Un popolo a metà tra coloro che vivono da rifugiati nel deserto e quelli che sono rimasti nella terra occupata senza libertà di movimento. Intere famiglie separate per sempre quando un muro di 2.700 chilometri, costruito dai marocchini nel 1984 con mattoni e sabbia, viene eretto per dividere in due il paese con una cerniera.A nulla, finora, sono valsi gli sforzi dell’Onu che nel 1991, quando la guerra ha lasciato spazio alla diplomazia, ha inviato una missione internazionale (la Minurso, composta da 500 persone tra soldati e personale civile, a cui prende parte anche un piccolo contingente di carabinieri) con l’obiettivo di svolgere un referendum sull’autodeterminazione non ancora celebrato. Oggi, infatti, la situazione – nonostante i frequenti colloqui tra le parti condotti dal diplomatico statunitense Christopher Ross, inviato personale di Ban Ki Moon, è in stallo. Il Marocco ha proposto un piano di autonomia amministrativa rigettato dal Fronte Polisario, che si appella al diritto internazionale e vuole andare al referendum. “La frustrazione del popolo saharawi di fronte all’inerzia dell’Onu, incapace di assicurare il processo di completa decolonizzazione dell’ultima colonia africana, non può essere contenuta con vuote promesse”, ha commentato Ahmed Bujari, rappresentante saharawi alle Nazioni Unite. Imbrigliato appare anche il Consiglio di sicurezza Onu che, nell’ultima risoluzione di aprile, con la quale prolungava di un altro anno (il ventiquattresimo) la missione Minurso, si è limitato a invitare le parti a negoziare, auspicando la fine del contenzioso. Più netta appare invece la posizione dell’Unione africana, che ha recentemente adottato una risoluzione in cui si chiede all’assemblea generale dell’Onu “di fissare la data per svolgere il referendum sull’autodeterminazione del Sahara Occidentale”.

Una faccenda internazionale dimenticata anche dai media. “La questione irrisolta del popolo Saharawi – commenta Francesco Bastagli, ex rappresentante speciale Onu nel Sahara Occidentale – non emerge per due ragioni: le nazioni che dettano le priorità dell’agenda internazionale, tra cui Stati Uniti e Francia, non sono interessati al problema. In più, sono tanti e tali le emergenze mondiali che il problema del Sahara Occidentale passa in seconda linea e raramente guadagna la prima pagina dei giornali”.

Intanto nei giovani che vivono nei campi profughi cresce la rabbia. Se i loro rappresentanti politici del Fronte Polisario hanno sempre privilegiato la diplomazia, loro, cresciuti a pane e sabbia, non sembrano più disposti ad aspettare. Una preoccupazione condivisa anche dall’Unione Europea. “La questione del Sahara Occidentale che dura da quattro decenni può essere pericolosa per la sicurezza di tutta l’area”, ha affermato il capo della diplomazia europea Federica Mogherini.