Santiago Abascal non ha intenzione di cedere il terreno conquistato nelle recenti elezioni spagnole.

I giallorossi iberici, ossia il premier in pectore Pedro Sanchez e il leader di Podemos Pablo Iglesias, stanno cercando di dare un volto al nuovo esecutivo. Vox non è della partita. E il centrodestra in Spagna è tutto fuorché unito. Santiago Abascal, insomma, resta una variabile isolata. Il Partito Popolare e Ciudadanos non hanno intenzione di fare di Vox una parte organica della coalizione. Pure perché, allo stato attuale delle cose, una coalizione di centrodestra neppure esiste. Più semplice che popolari e centristi si alleino solo tra di loro. Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma se i socialisti e Podemos non dovessero riuscire nel loro intento, allora si aprirebbe uno scenario quasi obbligatorio: i tre partiti oggi all’opposizione costretti a dialogare per costruire una solida alternativa.

Sono tutte ipotesi sul tavolo. Per ora non c’è nulla di concreto.Tutto peraltro lascia supporre come Sanchez e Iglesias, dopo mesi e mesi di trattative, non abbiano più voglia di tergiversare. Votare di nuovo potrebbe significare sconfitta per entrambi. Alla futura opposizione non conviene sognare: meglio occuparsi dei problemi persistenti, come l’agitazione separatista in Catalogna. Quello è un terreno fertile per costruire distinguo programmatici e valoriali. L’intervista che Santiago Abascal ha rilasciato a Libero può essere interpretata a partire da questo presupposto: Vox, differentemente dalla sinistra spagnola, non ha mai triangolato con le forze politiche che vorrebbero fare della Catalogna uno Stato a sé stante. Un elemento che Abascal tiene a ribadire. L’accusa, poi, è lapidaria: “La sinistra vuole islamizzare la Catalogna”.

Sappiamo quale sia la visione di Ada Colau, discusso sindaco massimalista di Barcellona, sulla gestione dei fenomeni migratori. La disamina di Abascal, che aveva rilasciato un’intervista esclusiva a IlGiornale.it qualche mese fa, è quella dei tanti “anti-migrazionisti” che operano nel consesso politico continentale. Sinistra e immigrazione di massa sono fattori della medesima equazione per i sovranisti. Ma frutti della sua comunicazione e delle campagne politiche di Vox, però, potrebbero non arrivare nel breve o addirittura non arrivare mai. Bisognerà vedere se e quando gli spagnoli dovranno di nuovo recarsi alle urne.

In Catalogna la mobilitazione continua: all’inizio della passata settimana è stata indetta una tre giorni indipendentista. I partiti unionisti, ossia quasi tutti quelli presenti oggi in Parlamento, hanno pure manifestato assieme per contrastate la spinta separatista e ribadire come l’unità nazionale, in fin dei conti, sia l’unica strada condivida e percorribile. Un fattore che è stato confermato pure dai risultati elettorali: non è vero che i catalani sono in maggioranza favorevoli all’indipendenza, anzi. Ma la kermesse unionista non è bastata. Quest’associazione tra la Catalogna e il fiorire del fondamentalismo islamico, poi, non è affatto una novità: era il 2015 quando da quelle parti sorgeva la “polizia della Sharia”.

Santiago Abascal deve aspettare. Non esistono sbocchi per le fughe in avanti. Un governo giallorosso potrebbe contribuire a polarizzare ancora di più il contesto politico ed elettorale. E questo potrebbe tanto favorire gli estremi quanto far respirare le forze di centro. Sono dinamiche non prevedibili. Ora c’è stallo. E la Catalogna resta un argomento sensibile per mettere alla prova le velleità del prossimo esecutivo: senza il favour di alcune frange secessioniste, che sono riuscite di nuovo ad occupare degli scranni parlamentari, Sanchez ed Iglesias potrebbero cadere prima della fine del mandato.