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Politica

Aumentano i morti a Tripoli Le sorti del Paese sempre più incerte

Tripoli è abituata agli scontri, alle battaglie tra fazioni od anche singoli gruppi. Dal 2011 la città, come l’intero Paese, non ha più pace. Un tempo questa capitale sul Mediterraneo è arrivata ad avere anche due aeroporti: uno più a...

Tripoli è abituata agli scontri, alle battaglie tra fazioni od anche singoli gruppi. Dal 2011 la città, come l’intero Paese, non ha più pace. Un tempo questa capitale sul Mediterraneo è arrivata ad avere anche due aeroporti: uno più a sud a circa 40 chilometri dal centro, l’altro più vicino alla città nella zona di Mitiga. Oggi, giusto per far capire la situazione in cui è sprofondata Tripoli, la capitale libica è isolata: distrutto nel 2012 quello internazionale, chiuso perché a portata dei razzi della Settima Brigata quello di Mitiga. Ma i tripolini, come detto abituati ad avere colpi di mortaio e sparatorie come sottofondo delle giornate, non si aspettavano certamente una situazione del genere. Nessuno nella capitale libica credeva di dover fare i conti per oramai una settimana con una battaglia casa per casa in diversi quartieri. E la cosa più drammatica è che, in tutto questo, ancora non è finita. 

Aumenta il numero delle vittime

E mentre fazioni e gruppi si contendono isolato per isolato la città, i tripolini piangono i morti che ancora non possono in parte seppellire. Troppo pericoloso organizzare anche un funerale, un assembramento di più persone a Tripoli in questo momento verrebbe scambiato per il raduno di una delle milizie in lotta e fare aprire il fuoco. Se fino a venerdì le vittime erano otto, adesso il governo parla ufficialmente di 47. Ma c’è chi giura che in realtà i morti siano più di 200. Vengono conteggiati uomini delle parti in conflitto, ma ci sono soprattutto civili tra chi ha perso la vita negli scontri di Tripoli. Nel 2011 la città, quando le tribù anti Gheddafi avanzavano verso Bab Al Aziziya, dove il rais aveva posto il suo quartier generale, ha vissuto momenti meno drammatici. Gli scontri veri e propri sono durati pochi giorni, il pericolo più che altro veniva dal cielo per via dei bombardamenti Nato ma, a poche ore dalla caduta della capitale, Tripoli ha potuto riaprire negozi ed uffici.





Oggi il quadro è diverso e più drammatico. È il caos più totale, sembra un tutti contro tutti dove poco o nulla si può comprendere della situazione. Nel 2011 c’erano le divise degli ultimi fedelissimi di Gheddafi che si scontravano contro uomini armati e barbuti sopra i pick up aiutati dalla Nato, oggi sono in pochi ad avere delle divise. Ci si scontra tra gente che ha addosso maglie di squadre di calcio oppure uniformi improvvisate, come nel caso della Settima Brigata. La capitale è isolata, i negozi non possono aprire, la vita è interrotta mentre i tripolini non sanno nemmeno a chi è caduto il quartiere in cui vivono. Ed i morti, per l’appunto, aumentano. L’Agi riferisce di 15 vittime causate dall’esplosione di un mortaio lanciato sul campo profughi di Al Falah. Nella confusione generale dunque, non viene risparmiato nemmeno chi era riuscito temporaneamente a lasciare le proprie case. 

La battaglia a colpi di razzi

Senza divise, senza grandi uniformi ed a volte senza alcun segno di riconoscimento ma, ed è questo il paradosso, a nessuno dei gruppi in lotta per Tripoli mancano le armi. E così la battaglia inedita per la conquista di una capitale senza Stato procede pure a colpi di razzi e mortai. Ne sanno qualcosa i dipendenti della nostra ambasciata, che sabato hanno visto un albergo vicino alla sede diplomatica italiana centrato da un razzo sparato chissà da dove e chissà da chi. L’Italia, che nel 2016 ha riaperto con molta enfasi la sua ambasciata a Tripoli schierandosi senza sé e senza ma al fianco di Al Serraj, è stata costretta domenica ad evacuare il personale. L’ambasciata resta in funzione, ma con soltanto pochi funzionari e con le forze di sicurezza pronte a proteggerla. 

Ma quello caduto vicino la nostra sede diplomatica non è l’unico razzo lanciato da otto giorni a questa parte. Diversi quartieri sono minacciati da colpi sparati tra vie strette del centro oppure nascosti tra alberi dei quartieri di periferia. Nel frattempo la confusione si sposta anche sui social: la Settima Brigata annuncia di essere pronta ad avanzare ancora, il governo dalla sua base navale in cui è rifugiato accenna ad aggiornare il numero delle vittime, le forze vicine ad Al Serraj si dicono pronte a respingere ogni attacco. E mentre gli attori internazionali sono impegnati in una difficile mediazione, i tripolini forse devono ancora rendersi conto di quanto sta accadendo e del perché, quasi improvvisamente, le loro vite si sono ritrovate a fare i conti con una delle battaglie più surreali degli ultimi anni. 

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