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È in corso a Siviglia il vertice dell’Esa, l’agenzia spaziale europea, che dovrà stabilire gli indirizzi per il futuro dell’industria spaziale del vecchio continente. Nel corso del summit, sul tavolo ci saranno gli investimenti del settore per programmi di sviluppo da tre a a sei anni di spesa. La delegazione italiana si presenta ai tavoli di lavoro forte della presenza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri con delega per lo spazio, Riccardo Fraccaro, del presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Giorgio Saccoccia e dall’ammiraglio Carlo Massagli, segretario del Comitato Interministeriale per lo Spazio ed Aerospazio.

Tante le sfide sul tavolo della conferenza, che dovrà decidere la destinazione di 12,5 miliardi di euro nei prossimi tre anni, che potrebbero aiutare a decollare nuovi progetti, come il sistema per evitare il rischio di collisione fra i satelliti (Automated Satellite Collision Avoidance), o programmi per la tutela del pianeta che vanno dalla sorveglianza dei rischi legati alle tempeste geomagnetiche e alle minacce degli asteroidi vicini alla Terra.

L’Italia rappresenta il terzo partner, per importanza, dell’Esa: nel 2016, ovvero in occasione del precedente vertice che si tiene a cadenza triennale, l’impegno italiano era misurabile in circa 1 miliardo e 300 milioni tra programmi obbligatori (440 milioni) e facoltativi  (880 milioni).

L’occasione per l’Italia e l’ostruzionismo francese

Per l’Italia, come si legge sul sito ufficiale dell’Asi, il comparto aerospaziale è in forte espansione, ed è soprattutto capace di dare la giusta spinta per l’innovazione tecnologica del Paese e sostenere lo sviluppo della sua economia in generale. Qualche numero, sempre fornito dall’Asi, aiuta a capire l’importanza del settore spaziale italiano: sono coinvolte 250 imprese, di cui l’80% sono Pmi con una grande percentuale di microimprese; si è registrato un incremento del 74% di start-up negli ultimi 5 anni; il settore impiega circa 7mila occupati avendo fatto registrare un +15% negli ultimi 5 anni; il valore del prodotto industriale è circa 2 miliardi di euro l’anno ripartiti per il 66% da produzioni manifatturiere e per il restante 34% da servizi.

Più in dettaglio l’Italia è il maggior contribuente (sia in termini finanziari che produttivi) del nuovo razzo vettore Vega: il nostro Paese ha infatti sostenuto il programma di sviluppo con il 65% dei finanziamenti, seguito dalla Francia con circa il 12,5%, a seguire anche Spagna, Svezia, Svizzera e Paesi Bassi.

Il Vega è praticamente un sistema made in Italy. Dal punto di vista industriale le società italiane giocano un ruolo primario e fondamentale: la Elv, una società che vede la partecipazione al 70% dal gruppo Avio e al 30% dall’Asi, è responsabile dello sviluppo del lanciatore nel suo complesso. La stessa Avio è anche responsabile dello sviluppo e realizzazione dei quattro stadi del razzo, infine la Vitrociset si occupa della realizzazione del segmento di terra, dalla torre di lancio al banco di integrazione e test.

Le sorti del razzo Vega saranno decise proprio durante il vertice di Siviglia e non si prospetta un futuro roseo, con all’orizzonte fosche nubi tinte del tricolore di Francia. Per capire perché il programma potrebbe essere a rischio occorre fare un passo indietro: lo scorso 11 luglio il razzo Vega 15 avrebbe dovuto mettere in orbita il primo satellite spia degli Emirati Arabi Uniti, il Falcon Eye 1, ma il vettore, poco dopo il lancio dal poligono di Kourou nella Guyana francese, perde quota e si inabissa nell’Oceano Atlantico.

Le cause della perdita del Vega non sono ancora state chiarite, e si è perfino agitato lo spettro di un sabotaggio dalle connotazioni “geopolitiche” a causa del carico trasportato. L’Italia infatti aveva inviato, per affiancare la commissione di inchiesta congiunta dell’Esa e di Arianespace, un esponente del Ministero della Difesa (appartenente ai nostri servizi di intelligence) che si era affiancato a quelli della Dga, la direzione generale degli armamenti francese.

In questi mesi, però, è venuta a mancare la volontà politica di andare a fondo alla vicenda e soprattutto di proteggere i nostri interessi nazionali (quindi le nostre industrie): non sappiamo nulla degli esiti dell’inchiesta e l’attuale governo (come il precedente) sembra che abbia lasciato nel dimenticatoio la questione.

Questione che però sarà – e sicuramente è già – sul tavolo di Siviglia sfruttata dalla Francia, che la sfrutterà come uno spiraglio per inserirsi e scalzare la possibilità che il Vega divenga il sistema principale europeo per la messa in orbita di assetti spaziali in favore del proprio vettore Ariane. In questo, manco a dirlo, Parigi è sostenuta da Berlino in un asse che vede la cooperazione tra i due Paesi espandersi in tutti i settori oltre quello della Difesa.

L’errore strategico italiano è stato quello di non aver “battuto i pugni sul tavolo” per arrivare a chiarire i motivi della perdita del razzo Vega, e ormai è troppo tardi per poterlo fare: la scelta dell’Esa ricadrà molto probabilmente sul sistema francese, e nonostante Avio abbia concluso a ottobre un accordo con Arianespace – come riportato da La Verità – questo non servirà a garantire la possibilità di orientare le scelte strategiche del programma, anche in considerazione del solito atteggiamento francese quando si tratta di questioni del genere: gli indirizzi, le scelte, sono insindacabili e chi partecipa può solo adeguarsi (vedere caso cacciabombardiere Scaf o Fcas). Pertanto anche i ritorni economici sono riservati, per la maggior parte, alle aziende francesi del consorzio Airbus che tramite Eads costruisce il razzo Ariane.

L’Italia quindi si trova costretta a giocare sulla difensiva e si teme che a Siviglia l’atteggiamento sia quello del povero col cappello in mano che si deve accontentare degli avanzi di Francia e Germania.

C’è anche un’altra considerazione che possiamo fare e che potrebbe spiegare l’atteggiamento dei governi italiani: sembra che l’Italia consideri la partecipazione ai programmi dell’Esa come una questione da relegare principalmente all’industria privata: l’accordo di Avio con Arianespace e la gestione della “crisi Vega” sembra dimostrarlo. Eppure è la stessa Esa a richiedere che i governi aumentino i finanziamenti all’agenzia per poter restare al passo con la concorrenza straniera, in particolare con quella statunitense, russa, ma anche cinese, che sta dimostrando un incremento esponenziale di capacità e investimenti.

Gli obiettivi dell’Esa e la militarizzazione dello spazio

L’Esa, alla vigilia del vertice di Siviglia, ha infatti stilato quelli che saranno i suoi obiettivi per il prossimo triennio: ridurre entro il 2023/2024 i tempi e i costi di realizzazione dei satelliti del 30% rispetto agli standard attuali, raddoppiare il numero di dimostratori tecnologici utilizzando sia elementi Cots (Commercial Off The Shelf) che CubeSats/SmallSats, sviluppare entro il 2030 adeguate tecnologie robotiche per gestire e ridurre i detriti spaziali.

Obiettivi ambiziosi ma concretamente realizzabili, secondo l’agenzia, soprattutto attraverso una migliore efficienza di gestione e con un aumento del 20% dei finanziamenti dei governi.

Come affrontare questo maggiore impegno governativo? Una soluzione che sembra essere in voga all’estero è quella della militarizzazione dello spazio, intesa non solo come concreto posizionamento di assetti militari, ma anche come militarizzazione della gestione di tutte le attività ad esso collegate.

Da tempo la Russia ha trasformato le sue forze aeree (che si chiamavano Vvs – Voyenno-Vozdushnye Sily) in forze aerospaziali (diventate quindi Vks – Vozdušno-kosmičeskie Sily), gli Stati Uniti, con Trump, hanno inaugurato una nuova forza armata, la Space Force, e la stessa Francia di Macron ha aperto il suo comando spaziale.

Anche l’Italia quindi potrebbe seguire la stessa strada che permetterebbe una razionalizzazione dei compiti, un maggior coordinamento tra enti pubblici (l’Asi) e le Forze Armate che così si troverebbero a collaborare in maniera più stretta per individuare strategie e programmi, e soprattutto coinvolgerebbe maggiormente lo Stato alla partecipazione del bilancio delle attività spaziali, subordinando così l’attività dei privati, indirizzandola, affiancandola e quindi tutelandola. Un modo anche per responsabilizzare i governi e soprattutto far capire, all’estero, che l’Italia non intende accontentarsi delle briciole.