A Mosca dicono: è Putin che dà una mano a Trump. Vediamo perché e cosa c’entra l’Europa

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L’intervista che Dmitrij Suslov, vicedirettore del Centro di studi europei e internazionali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca, ha rilasciato al Corriere della Sera, è importante non tanto perché Suslov è “un consigliere del Cremlino” (sono legioni i personaggi che prima o poi sono stati considerati tali) ma perché porta un barlume di ragionevolezza in questa vigilia del summit tra Donald Trump e Vladimir Putin, quando tutti fingono di sapere che cosa i due vogliano pattuire e quindi si spingono a pontificare a vanvera su questo o quell’aspetto.

Anche Suslov, naturalmente, ha la sua idea: in sintesi, la proposta russa sarebbe migliorativa rispetto a quelle del passato anche recente perché il Cremlino si “accontenterebbe” del Donbass ritirandosi dalle regioni di Dnipro, Sumy e Khar’kiv, ora parzialmente invase, e lasciando inalterato il resto del fronte. Niente Nato per l’Ucraina, naturalmente, e le altre questioni da decidere più avanti. In più, un cessate il fuoco in tempi stretti.

È il punto di vista di un russo, per quanto intelligente e moderato. La proposta può essere considerata pessima e da respingere, ed è probabile che Zelensky e i suoi la considerino tale, anche se forse non rappresentano più il più vasto sentire degli ucraini. Vitalyj Klitchko, il sindaco di Kiev, proprio ieri dichiarava alla Tv tedesca: “Perdiamo territori ogni giorno e la gente è stanca di questa guerra”. La discussione è aperta.

Ma l’intervista di Suslov è particolarmente interessante laddove collega la trattativa Usa-Russia con i Brics, in particolare con l’offensiva a base di dazi che la Casa Bianca ha lanciato contro Brasile e India, colpiti da tariffe del 50% perché colpevoli di continuare a commerciare con la Russia (l’India importa da Mosca il 45% del suo petrolio) e quindi di contribuire ad alimentare l’economia e la macchina bellica russa. Ne parlavamo giusto ieri in queste pagine per sottolineare come il bersaglio grosso della politica daziaria di Trump siano proprio i Brics (Russia, Brasile e India sono tra i Paesi fondatori), con la loro idea di un’economia alternativa al dollaro Usa. Cosa di cui, ovviamente, i Paesi Brics sono perfettamente consci, tanto da aver risposto con un secco “no” alle minacciosa richieste di Trump di interrompere le relazioni con la Russia.

I passi di Trump

Suslov aggiunge un elemento che conferma le nostre sensazioni: Trump ha fatto il passo più lungo della gamba. Nemmeno gli Usa, con tutta la loro potenza, sono in grado di attaccare contemporaneamente Brasile, India, Russia e la Cina, che infatti sta trattando con gli Usa senza alcun timore reverenziale, avendo già dimostrato di avere tutti gli strumenti per organizzare un’adeguata risposta. Ne ha parlato con acutezza, sempre su InsideOver, il nostro Andrea Muratore. E quindi, conclude Suslov, con questo summit è Putin che offre una via d’uscita a Trump, che con la sua offensiva a 360 gradi si è cacciato in un ginepraio da cui può uscire solo così: accordo con la Russia e quindi fine della necessità di imporre sanzioni secondarie (insostenibili per tutti) a Brasile, India e magari anche Cina.

È una tesi interessante e, secondo noi, fondata. Che ha però ricadute anche sull’Europa. Se per Trump l’accordo con la Russia è importante, sia per appuntarsi al petto la medaglia del pacificatore (come ha fatto di recente con Armenia e Azerbaigian, al punto da farsi intitolare lo strategico Corridoio di Zangezur) sia per districarsi da una guerriglia commerciale diventata troppo impegnativa, l’opposizione preventiva dei Paesi europei alle ipotesi di trattativa russo-americana (un esempio: il cancelliere Merz che chiede la partecipazione del Governo ucraino al summit e rifiuta qualunque decisione presa “sulla testa dell’Europa) rischia di diventare un grosso fastidio per Trump. E con la questione dei dazi tra Usa e Ue ancora aperta, e vista la debolezza politica della Ue nei confronti degli Usa, potremmo andare incontro a grossi problemi.

Com’è ovvio, qui è di politica politicata e di interessi economici che si parla. Certo non di valori o di giustizia. Possono lamentarsene gli ucraini. Non certo gli europei che, proprio in nome della politica politica e degli interessi economici hanno aspettato due anni per battere qualche timidissimo colpo sulle stragi di Gaza e non hanno aperto bocca, se non per approvare, sulle guerre preventive condotte contro Siria e Iran. Come si diceva una volta: un po’ per uno in braccio alla mamma.

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