Il Beppe Grillo dell’Ucraina, che rischia di vincere le presidenziali passando dalla fiction alla realtà. il capo dello Stato uscente che si aggrappa a una versione locale di «Dio, patria e famiglia», ma rischia di venire travolto da un clamoroso scandalo nel settore della difesa. E la pasionaria della prima ora, che non vince mai.

Le elezioni presidenziali in Ucraina di domenica sono cruciali per il paese nel cuore dell’Europa, dove ci siamo dimenticati che non è finita la guerra con i separatisti filorussi nel Donbass già costata 13mila morti. I 34 milioni di ucraini che hanno diritto al voto sono in gran parte disillusi dalla corruzione, dalla crisi economica endemica nonostante i quasi 30 miliardi di dollari di aiuti internazionali (11,6 dall’Unione europea), dalla scarsa trasparenza del governo e dallo strapotere delle lobby legate agli oligarchi.

A correre per la poltrona di presidente ci sono ben 39 candidati, ma solo tre si contendono il passaggio al primo turno. La rivelazione del momento, Volodymyr Zelensky, comico, attore e presentatore, senza nessuna esperienza politica, si attesta sul 24% dei voti secondo gli ultimi sondaggi. L’irriducibile, ma appannata eroina ucraina, Yulia Tymoshenko, è ferma al 18,3%. Fanalino di coda il presidente in carica, Petro Poroshenko, al 16,8%. Nessuno riuscirà a vincere al primo turno con oltre metà dei voti e si andrà al ballottaggio il 21 aprile.

Zelensky, classe 1978, ha vissuto l’infanzia in Mongolia dove il padre lavorava come medico scientifico ai tempi dell’Urss, ma è diventato famoso nel 2006 partecipando a una versione ucraina di Ballando con le stelle. Non è sceso in piazza sulle barricate, ma ha appoggiato la rivolta di piazza Maidan scaturita cinque anni fa nella presa del potere con un colpo di mano degli ultranazionalisti. Mosca ha reagito annettendosi la Crimea dove manteneva da sempre importanti basi navali e nel Donbass è scoppiata la guerra civile con i filorussi.

La fortuna dell’outsider è stata l’ironica serie tv Servitore del popolo. Zelensky interpreta uno sconosciuto professore che diventa quasi per caso presidente dell’Ucraina e si trova a combattere con i mali endemici del paese a suon di risate. Dalla fiction alla realtà, il comico ha lanciato la sua candidatura alla carica di capo dello Stato con un programma da libro dei sogni, che farebbe arrossire pure i grillini italiani. Zelensky vuole un’Ucraina dove «medici e insegnanti ricevono un vero stipendio e i funzionari corrotti una vera condanna al carcere». Oppure «dove le foreste dei Carpazi siano intoccabili e non i membri del Parlamento». Il Grillo ucraino governerà attraverso la democrazia diretta del referendum con voto continuo da casa «grazie alle moderne tecnologie» e ha dichiarato guerra senza quartiere alla corruzione, come nella fiction televisiva. La sua campagna elettorale punta molto sulla terza stagione di Servitore del popolo, trasmessa anche da Netflix. A due settimane dal voto è andata in onda sul canale tv ucraino 1+1 di Ihor Kolomoisky, un tycoon diventato nemico giurato del presidente Poroshenko, dopo che la sua PrivatBank è stata nazionalizzata nel 2016. Il timore è che se Zelensky vincesse le elezioni in realtà governerebbe nell’ombra Kolomoisky, oligarca di lungo corso.

L’analista politico Vladimir Fesenko è convinto che Zelensky sia «un candidato onnivoro in grado di attirare gli elettori disgustati dalla politica ucraina a cominciare dai patrioti moderati». E se l’outsider conquisterà il ballottaggio «avrà ottime possibilità di vincere». In una delle rare interviste rilasciate lo scorso dicembre Zelensky, che vuole entrare nella Nato, come tutti gli altri candidati, si è detto pronto a risolvere la guerra nel Donbass «trattando direttamente con i russi», ovvero con il presidente Vladimir Putin.

Poroshenko, il capo dello Stato uscente, arriva alle urne con il fiato corto. Oligarca miliardario, che ha fatto la sua fortuna con il cioccolato, era in origine liberale, riformista e deciso a negoziare la fine del sanguinoso braccio di ferro con la Russia. Il presidente ucraino si è trasformato in ardito nazionalista per attrarre voti. Lo slogan ufficiale per la rielezione è «esercito, lingua e fede». Negli ultimi tempi Poroshenko si fa immortalare spesso in mimetica, anche se le frange nazionaliste più estreme gli hanno dichiarato guerra considerandolo un «traditore della patria». La guerra che non finisce mai nel Donbass e la Crimea che resterà russa hanno indebolito il presidente. Poroshenko, però, ha ottenuto consensi riconoscendo la Chiesa ortodossa ucraina nello strappo dalla casa madre che ha fatto infuriare Mosca. E in nome del nazionalismo non si oppone alla «lista nera» delle persone non grate in Ucraina accusate di essere filo Putin come il cantante Al Bano e l’inviato italiano della Rai, Marc Innaro.

Il tallone d’Achille di Poroshenko rimane la corruzione, scoppiata in tutta la sua evidenza alla vigilia delle elezioni con un vergognoso scandalo nel settore della difesa. Il portale di giornalismo investigativo Bihus.info ha scoperchiato gli intrallazzi sulla vendita di pezzi di ricambio e strumentazione militare alle forze armate. In pratica una cricca di corrotti ha fornito per anni alla Difesa ucraina materiale, in alcuni casi scadente, comprato di contrabbando dall’odiato nemico russo con un sovrapprezzo del 300%. Il bidone avrebbe fatto guadagnare nove milioni di dollari, una cifra enorme per l’ucraino medio. Fra gli intrallazzatori scoperti dall’inchiesta giornalistica è spuntato Ihor, il figlio di Ole Hladkovsky, primo vicesegretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e uomo ombra di Poroshenko. Il 4 marzo il presidente ha dovuto sospenderlo dall’incarico dopo una serie di arresti eccellenti per corruzione nell’ente di Stato Ukroboronprom, che controlla le compagnie della Difesa.

«Chiudere un occhio sui casi di corruzione nel comparto ha portato a togliere risorse, cibo, assistenza medica e armamenti ai coraggiosi soldati ucraini», ha dichiarato Marie Yovanovitch, ambasciatrice americana a Kiev, che pure appoggia il capo dello Stato.

Tymoshenko, la pasionaria stagionata, ha preso la palla al balzo per chiedere al Parlamento l’impeachment del presidente. Yulia, famosa per le treccine bionde, non ha più il seguito dei tempi d’oro quando era protagonista della cosiddetta «rivoluzione arancione» del 2004. Tymoshenko è crollata nei consensi quando governava da premier e a causa di una condanna per abuso di potere. Dopo avere fallito due tentativi di arrivare alla presidenza, deve vincere a ogni costo per non sparire dalla scena politica.

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