Il 16 aprile Cuba saluterà l’era Castro. In occasione dell’VIII Congresso del Partito Comunista (16-19 aprile), l’ottantanovenne Raul lascerà la conduzione del partito all’attuale presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Raul, fratello del leggendario Fidel, aveva già annunciato il suo addio nel 2018: le dimissioni dovrebbero rappresentare il preludio al passaggio del testimone a una generazione più giovane. Al meeting dovrebbe dimettersi anche il vice di Castro, il novantenne José Ramón Machado.

Nuovo corso o continuità?

L’agenda ufficiale del congresso comprende tre punti chiave: la sostituzione di Castro, che potrebbe comportare un più ampio cambio della guardia; una revisione delle politiche e degli obiettivi economici annunciati nel congresso del 2011 e un’analisi del lavoro politico del partito. Il congresso del 2011 era stato considerato un evento storico con l’annuncio di oltre 300 riforme economiche, comprese misure per incoraggiare una maggiore iniziativa economica ed espandere la proprietà privata. Le riforme sono state considerate il più grande scossone all’economia socialista statale da decenni, ma molte di quelle iniziative sono fallite o stanno a malapena decollando.

Sarà la prima volta di un civile come leader del Partito comunista di Cuba, un nuovo corso per il Paese o un cambio di dirigenza nel segno della continuità nella linea politica? Cuba non è più quella degli anni’60 né tantomeno quella dell’immediato post-crollo dell’URSS. È un Paese che combatte la pandemia di coronavirus (anche a suon di vaccini popolari), dolorose riforme finanziarie e le restrizioni reimposte dall’amministrazione Trump. Se un tempo i cubani delle vecchie generazioni flirtavano con il sistema, in un eterno meccanismo di bastone e carota, le nuove generazioni non ci stanno a farsi cullare dalla saudade di una Cuba che fu: i nuovi media, le aspirazioni dei giovani, le contraddizioni in termini di diritti umani e libertà di pensiero generano, ormai, malsopportazione verso la vecchia classe dirigente, mentre gli abusi da parte delle forze di polizia sono all’ordine del giorno. Gli occhi, per questa ragione, sono puntati sul nuovo Politburo, che per la prima volta resterebbe sguarnito dei veterani della Rivoluzione: questo nuovo nucleo si troverebbe a gestire un partito dal volto nuovo nel quale, secondo i media statali, l’età media del personale è ora di 42,5 anni e oltre la metà dei quadri sono donne.

Il tema più scottante: le riforme economiche

L’ultimo decennio è stato segnato da un’attenzione particolare all’economia ma soprattutto da quattro anni di stagnazione che ha aperto, nel 2020, a una contrazione dell’11%. A gennaio, il governo ha poi eliminato il problematico sistema a doppia valuta in vigore dal 1994, eliminando il cosiddetto CUC (pesos cubano convertibile, il valore del CUC era legato a quello del dollaro statunitense e 1 CUC valeva 1 dollaro) e ha fissato il tasso di cambio ufficiale a 24 pesos per dollaro: tutto questo ha generato un picco dell’inflazione, con alcuni prezzi che sono aumentati fino al 500%, come quello della corrente elettrica.

Le esportazioni, la sostituzione delle importazioni, la produzione alimentare, le catene produttive, gli investimenti, la ristrutturazione monetaria, tra gli altri, sono stati al centro dell’analisi e del lavoro a diversi livelli della struttura dirigente cubana. Raul Castro aveva promesso, un decennio fa, che avrebbe trasformato l’economia in stile sovietico in un’economia più mista e di mercato. Il Congresso del 16-19 aprile arriva mentre i cubani combattono l’aggravarsi della carenza di beni di prima necessità, compresi cibo e medicine e le lunghe code per il cibo sono tornate ad essere attuali. Sfuggono parzialmente alla crisi coloro i quali ricevono moneta dall’estero, gli unici a potersi permettere alcuni “lussi” ed un tenore di vita poco sopra la media: un aspetto che fa montare il risentimento e che accresce le disuguaglianze, rompendo la tradizionale fratellanza dei cubani nei confronti delle crisi.

Díaz-Canel si è mostrato più volte favorevole alle aperture, agli stimoli alla produzione e allo smantellamento della burocrazia: il partito si è già impegnato a regolamentare e tassare le imprese di proprietà statale e consentire ai mercati una maggiore influenza sul sistema di pianificazione centrale; numerosi sforzi sono stati fatti per attrarre investimenti esteri e sostenere l’iniziativa privata pur scontrandosi ripetutamente contro l’elefantiasi della macchina statale cubana e numerose resistenze ideologiche della vecchia guardia.

Díaz-Canel: un leale tecnocrate?

Sessantenne, ingegnere elettronico e docente universitario, Díaz-Canel negli anni Ottanta inizia la sua scalata al potere che lo porta dalla dirigenza della Unión de Jóvenes Comunistas ai quadri del Partito dei senior e, infine, nel Politburo nel 2003, il primo a ricoprire questo ruolo pur essendo nato dopo la Rivoluzione. Soprannominato Diaz y noche per la sua fama di giustiziere anticorruzione verso le imprese statali, nei confronti delle quali ordinava ispezioni a qualsiasi ora del giorno e della notte, è l’uomo con un piede nel passato e uno nel futuro. Se sui suoi sociali ricorre spesso l’hashtag #SomosContinuidad, si è impegnato per una copertura più critica degli eventi nei media gestiti dallo Stato e un più ampio accesso a Internet per la popolazione, pur non risparmiando attacchi al vetriolo all’amministrazione americana.

Come primo segretario del partito comunista provinciale in quel di Villa Clara negli anni ’90 ,era noto per i suoi lunghi capelli, l’amore per il rock, per andare a lavoro in bicicletta (a differenza degli altri dirigenti che giravano in Lada di fabbricazione sovietica) e in bermuda: ma soprattutto viene ricordato come un forte sostenitore dei diritti LGBT in un momento in cui l’omosessualità era perseguitata sull’isola e osteggiata da un partito sostanzialmente omofobico. Questa sorta di hippie latino venne accolto con circospezione nel 2018, riflettendo l’ambiguità tra aspettative di riforma del regime e ortodossia castrista: del resto, dopo il 2013 fu lo stesso Castro a lodarne più volte la “solida forza ideologica”. Non sorprende, dunque, che la comunità dei dissidenti cubani che vive negli Stati Uniti, e che nel 2016 ha votato in grande maggioranza per Trump, abbia condannato la presidenza di Diaz-Canel già tre anni fa.

Presumibilmente, una volta libero dalle pastoie della vecchia guardia, potrebbe avanzare a passo svelto verso le riforme e il cambiamento. Un “lider” giovane, suo malgrado cresciuto tra i gerontocrati che ancora minano il futuro di Cuba: se cambiamento sarà, dovrà essere graduale e costerà numerosi compromessi per non degenerare in tracollo. La storia di Gorbačëv insegna.

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