Esistono due modi per analizzare la Russia e i suoi obiettivi strategici. Il primo è quello di rimanere immersi nella propaganda ed è sempre fuorviante. Quella europea continua a dipingere Putin come un nuovo imperatore pronto ad attaccare il Vecchio Continente. E ogni giorno inonda i media con annunci angoscianti. Il governo tedesco lascia filtrare sulla stampa “un piano segreto” di 1200 pagine che prevede l’impiego di 800mila soldati dando per scontato un attacco di Mosca entro il 2029. Il ministro degli Esteri europeo Kallas continua ad ammonire: “Prepariamoci alla guerra” e si annunciano piano di riarmo miliardari. C’è però un problema: Putin ripete che non ha nessuna intenzione di avviare un conflitto con l’Unione europea e assicura che il suo unico obiettivo è di conquistare le zone russofone dell’Ucraina e di evitare che questo Paese rappresenti in futuro una minaccia per Mosca.
E allora a chi credere? O meglio: chi ci assicura che il Cremlino non stia mentendo? In fondo la dissimulazione delle intenzioni è un’arte in cui qualunque servizio segreto è maestro, a cominciare dall’ex Kgb. Per orientarsi con equilibrio alla ricerca della Verità, è fondamentale analizzare l’evoluzione di un Paese, la sua cultura, i suoi punti di forza e di debolezza. Metodo che è sconosciuto alla maggior parte dei giornalisti, i quali tendono ad esprimere giudizi con disinvolta superficialità, fortemente condizionati proprio dalla propaganda, da cui in teoria dovrebbero difendersi.
Aldo Ferrari non è un giornalista ma un docente universitario (insegna alla Ca’ Foscari di Venezia) e dirige per l’Ispi il programma di ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale. Ha pubblicato di recente per Mondadori, collana Le Scie, un saggio intitolato “Russia. Storia di un impero eurasiatico”, che ogni analista dovrebbe leggere prima di esprimere qualunque giudizio su questo Paese. Ne emerge una contestualizzazione storica illuminante, che aiuta a capire le contraddizioni identitarie, in buona parte irrisolte, di un grande, affascinante e tormentato Paese, che non ha ancora deciso se è più occidentale o orientale, che storicamente è inefficace quando attacca ed è imbattibile quando è costretto a difendersi, che ha dato luce a straordinari talenti letterari e scientifici ma in un contesto sociale di incredibile, rassegnata passività delle masse. Un Paese che è illusorio considerare democratico e che continua a oscillare tra un autoritarismo moderato (con il mito dello zar illuminato) e un autoritarismo brutale. Un Paese che – proprio per queste contraddizioni – non riesce a massimizzare le sue straordinarie risorse naturali.
Dalle pagine del notevole saggio di Ferrari emerge chiaramente come la Russia non possa essere in alcun modo paragonata all’Unione Sovietica e come il suo desiderio sia quello di essere anche politicamente e non solo territorialmente il ponte tra l’Europa e l’Oriente, di essere autenticamente eurasiatica. Mosca oggi è stata spinta dall’ostilità della Nato e degli americani ad allearsi con la Cina, in un matrimonio di interesse più che d’amore, serbando, tuttavia, segreto auspicio di una nuova distensione con l’Occidente.
Trump lo ha capito, ha ribaltato la politica dichiaratamente antirussa condotta da Washington per decenni, e lo ha messo nero su bianco, nella nuova versione della National Security Strategy. Pensa che per gli Usa e per l’Occidente sia più saggio avere Mosca dalla propria parte, anziché indurla a legarsi sempre di più a doppio filo con Pechino. Non è detto che riesca a recuperare il rapporto con il Cremlino ma ci sta provando. Di certo ritiene, correttamente, che la Russia non abbia la forza economica, militare e demografica per attaccare l’Europa. Ha un Pil inferiore a quello dell’Italia, con ovvie difficoltà a mantenere il controllo fisico delle frontiere di un territorio immenso, è alle prese con uno spopolamento strutturale ed evidenti problemi di reclutamento militare. Non può permettersi di sacrificare milioni giovani in un conflitto contro un’Unione europea la cui popolazione è il triplo di quella russa (450 milioni di persone rispetto a 144 milioni).
La logica e il buon senso suggeriscono che Trump abbia ragione, che occorra arrendersi all’evidenza che la guerra nel Donbass è persa e che sia necessario voltare pagina. Nell’interesse innanzitutto di noi europei, della nostra declinante economia, del desiderio ardente dei nostri popoli di vivere in pace e non nell’incubo perenne di un’improbabile ed evitabilissima guerra.
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