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 Non bisogna essere necessariamente dylaniani per impazzire per A complete unknown, pellicola candidata a ben 8 Oscar in cui un extraterrestre Timothée Chalamet interpreta il menestrello di Duluth. Il biopic arriva potente in un momento complesso della storia americana, aggravata da travagli, fratture e passaggi di consegne. Si va a toccare un mostro sacro, il mito vivente, il premio Nobel che scriveva canzoni, l’idolo di generazioni. Ma se qualcuno si aspettava un musical, una sorta di Mamma Mia! in versione folk, ne rimarrà deluso. Se qualcuno pretende un documentario sulla vita di Robert Allen Zimmerman resti pure a casa. Chi, ancora, non vedeva l’ora di assistere a un film sui favolosi Sessanta condito da canzonette, vada a leggersi un libro di storia.

A complete unknown racconta la storia di un ragazzo – del cui passato volutamente il regista non fa sapere nulla – che raggiunge la metropoli inseguendo il profumo dei suoi miti come Pete Seeger e Woody Guthrie. Il secondo ancora più del primo: interpretato da uno straordinario Scoot McNairy, il monumento del folk americano apre e chiude la manciata di anni raccontata dal film. Lui e Dylan non si dicono mai nulla ma si confessano tutto a suon di sguardi malinconici, nonostante la malattia di Huntington stia consumando il più vecchio dei due.

Nessun perdono per Dylan

La storia, che comincia nel 1961, sembra restituire a Dylan ciò che non sembra importare a nessuno: “Bobby” non voleva essere mito, non gradiva essere faro, veniva dal folk ma non voleva trasformare il genere in una prigione, in una divisa. Così come non gradiva la costrizione nel dover essere qualcuno o dire sempre qualcosa di giusto: da lì l’avversione per i salotti buoni della sinistra radicale, per il Festival di Newport che voleva solo Blowin’ in the wind, e perfino per i suoi fan pronti a chiamarlo Giuda quando passò all’elettrico. L’America, del resto, non perdona mai “l’uccisione” dei Padri Fondatori. Furono tanti, infatti, i militanti degli anni Sessanta che tennero a far sapere di non aver mai perdonato a Dylan due cose: di averli abbandonati nel momento in cui cominciava l’escalation in Vietnam, e soprattutto di essere diventato ricco. La comunità della sinistra folk non aveva una lira ed era orgogliosa della propria povertà. Un problema americano ancora attuale: sebbene la nazione venga dipinta ancora come la terra del “tutto è possibile”, il rigurgito puritano tende sempre a sospettare del successo e della ricchezza, pronta a impalare il prossimo robber baron.

Dylan a vent’anni era timido e stronzo allo stesso tempo, come qualsiasi giovane di quell’età dotato di riccioli e che sapeva suonare la chitarra come un Dio. Sospeso fra l’ebrezza del successo e la paranoia della fama. Una gallina dalle uova d’oro che doveva essere un Joan Baez-più famosa di lui-con i calzoni. Ma fra i due c’era e c’è un abisso, nonostante la tormentata liason che li ha portati a scontrarsi e incontrarsi all’infinito. L’evoluzione di quello sguardo timido fu la faccia strafottente celata dietro gli occhiali da sole e i ricci incolti: un aspetto che il film disegna con perfezione commovente. E gli occhi bassi di Chalamet ancora di più.

Qualcuno si è affrettato in queste settimane a puntare il dito sul triangolo amoroso con Baez e Suze Rotolo, come se il racconto di quell’altalena togliesse magia al mito. Dylan è stato anche questo, un ventenne che ha giocato con le ragazze, perennemente ramingo tra la mamma e l’amante. Anche questo nessuno gliel’hai mai perdonato: per i talebani di Blowin’ in the wind, Dylan avrebbe dovuto sposare la dolce Joan, farci un mucchio di marmocchi e marciare per il Vietnam tutta la vita: in tanti ragazzi dai capelli grigi e dalle anche scricchiolanti non gli hanno perdonato nemmeno questo, il mancato lieto fine. Le femministe che ancora vorrebbero bruciare reggiseni, non smettono di detestarlo per “il male” che ha fatto alla loro Joan.

Una filippica al veleno

Ed è esattamente quel dolore e quella contraddizione che il film racconta, il debutto alla vita di un Robert qualunque dotato del fuoco dell’arte, e che è rimasto libero una manciata di secondi. Un esempio fra tutti: una volta Clark Foreman, militante politico e direttore dell’Emergency Civil Liberties Committee si convinse che la sua presenza avrebbe commosso i vecchi liberals a donare fondi alla causa. Dylan arrivò a una cena allestita per l’evento alticcio e intimorito e, cosa che lo innervosì ancora di più, vide mandar via alcuni degli amici che l’avevano accompagnato, perché non avevano l’invito e non erano abbigliati in modo presentabile. Dylan iniziò una filippica al veleno, incastrandosi in un discorso su John Kennedy, morto sole tre settimane prima. Fino a quella serata, Dylan aveva l’aureola del santo: la magia si spezzò quella sera. Dylan disse a quegli ostinati benpensanti che se Oswald aveva potuto uccidere Kennedy è perché una parte dell’America, una parte degli americani lo voleva morto. Non erano stati russi o chissà chi, ma l’America stessa. Imperdonabile.

Essere (o non essere) Bob Dylan

I sogni sono imperfetti, si avverano e perdono di libertà, diceva qualcuno. Dalla lettura di quella frustrazione, di quell’insofferenza, della coscienza di essere diventato una macchina da guerra per conto altrui, è facile capire perché l’anziano e burbero Scroooge Dylan non sia andato a ritirare il Nobel. Nel gesto, solo apparentemente ingrato e cafone, c’è ancora quel ragazzo timido e stronzetto che non sorrideva mai e che quella cosa a Stoccolma non avrebbe saputo proprio farla. Del resto, nessuno di noi sa cosa vuole dire “essere stato Dylan” e sopravvivere. I dylaniati di ieri, per buona parte, stanno odiando questo film. Sono gli stessi che boicottano i concerti di Dylan perché hanno paura di restare delusi, perché non suona Blowin’ in the wind, perché vuole i cellulari spenti e perché gracchia un po’.

Del finale del film, che si interrompe nel 1965, resta Bobby che restituisce l’armonica a Woody Guthrie, quasi a scusarsi per il tradimento del folk. Woody gliela lascia, un attimo prima di vederlo sfrecciare via in moto. Una scena che ricorda per certi versi il finale di Qualcuno volò sul nido del cuculo: l’immagine finale del capo indiano che corre verso la libertà, e che in qualche modo libera tutti. Così fa Dylan: libera Guthrie, libera il film, libera se stesso. Ed è giunta l’ora di perdonarlo per non aver più voluto essere…Bob Dylan.

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