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Il diffondersi su scala globale dell’epidemia da Covid19 originatasi nella provincia di Wuhan lo scorso anno, ha permesso alla Cina di organizzare una rete di aiuti sanitari rivolti verso più di 150 Paesi del mondo, la maggioranza dei quali fa parte, o è in trattativa per esserlo, del progetto della Nuova Via della Seta (Bri – Belt and Road Initiative).

In un rapporto del Csis, il Center for Strategic & International Studies, si legge infatti che la Cina ha fornito assistenza medica a 18 Paesi africani, 15 dei quali sono partner della Bri, mentre dei 94 altri destinatari di aiuti sanitari che sono indicati nel sito web della Cidca (China International Development Cooperation Agency), 81 sono paesi che rientrano nella Nuova Via della Seta, tra cui anche l’Italia.

La Cina si riferisce a questi aiuti come “assistenza umanitaria”, differenziandoli dai programmi di sviluppo già esistenti. Questa assistenza però mal si adatta alla definizione classica di aiuto umanitario, ma è il modo in cui la Cina sfrutta la situazione pandemica per attuare il suo soft power.

Un aiuto, quello cinese, costoso. Durante la pandemia di Covid-19, gli esperti stimano che la Cina abbia fornito (e possa ancora fornire) la più alta quantità di assistenza umanitaria mai offerta. Nel 2017, infatti, i fondi per l’assistenza umanitaria messi in campo da Pechino si aggiravano intorno ai 128,5 milioni di dollari, pari a meno dell’1% del totale globale per la spesa umanitaria. In confronto, gli Stati Uniti nello stesso anno spendevano 6,89 miliardi di dollari. Risulta difficile, se non impossibile stimare la spesa della Cina per l’assistenza sanitaria in questo 2020, però sappiamo che Pechino ha stanziato 100 milioni di dollari (il minimo) per il sistema umanitario delle Nazioni Unite e a marzo ha annunciato 50 milioni per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e per il piano di risposta umanitaria globale dell’Onu sul Covid19.

Questo sforzo “umanitario” della Cina in risposta alla pandemia risponde a tre necessità del Politburo: la prima, più importante, è quella di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dall’inadeguata risposta precoce del Partito comunista cinese all’insorgere del virus; la seconda è quella di cogliere l’opportunità del vacillare della leadership degli Stati Uniti a livello globale. Infine c’è la necessità di rafforzare gli investimenti esistenti per lo sviluppo dei Paesi coinvolti.

La Cina ha utilizzato gli aiuti sanitari come strumento di propaganda con cui contrastare la narrativa prevalente della sua responsabilità per la diffusione del virus. Al 31 maggio 2020, Pechino aveva donato forniture mediche a oltre 150 paesi, regioni e organismi internazionali e inviato team medici in 27 Stati. Come riporta ancora lo Csis, uno studio di Stanford mostra come gli account Twitter affiliati allo Stato cinese abbiano profuso uno sforzo sistematico per promuovere la fornitura di aiuti da parte della Cina minimizzandone la ricezione, che pure c’è stata, come sappiamo molto bene noi italiani: un tentativo di distogliere l’attenzione dalle accuse di colpevolezza sulla diffusione del virus e di insabbiamento iniziale dell’insorgere dell’epidemia. Un modus operandi ben noto e soprattutto ben rodato, facente parte dell’attività di propaganda del soft power cinese.

L’aumento dell’attività umanitaria cinese è anche il tentativo del Pcc di sfruttare un momento di percepita debolezza degli Stati Uniti, che hanno anche deciso di definanziare l’Oms proprio per le sue collusioni con il Politburo. La narrativa ufficiale cinese sottolinea, infatti, come le consegne di aiuti siano un adempimento dei suoi obblighi in qualità di “potenza globale responsabile” e non guidate da “interessi geopolitici egoistici”. Per inciso è anche il medesimo modus operandi che si ritrova in ambito militare, dove le numerose esercitazioni condotte da Pechino in questi mesi sono quasi tutte state accompagnate da una retorica che indicava come le Forze Armate cinesi fossero in piena efficienza nonostante la pandemia, quindi rimarcando implicitamente i problemi che hanno afflitto quelle americane, in particolare l’U.S. Navy, funestate da diversi focolai epidemici.

Quello che però è più interessante è che molte delle donazioni mediche umanitarie della Cina sono andate a paesi che hanno firmato accordi di partenariato economico per la Nuova Via della Seta, come già detto, e sono state accompagnate da una fitta campagna propagandistica volta a rimarcare l’aspetto comunitario di lotta al virus, quando in realtà nelle prime fasi dell’epidemia questa volontà di “condivisione” da parte di Pechino era tutt’altro che presente.

Queste serie di aiuti medici sono un investimento relativamente piccolo per la Cina e sono funzionali a sostenere le sue maggiori spese per lo sviluppo in quegli Stati che ne sono beneficiari. L’aiuto consente infatti alla Cina di enfatizzare i legami amichevoli e ignorare le percezioni negative all’interno degli Stati che hanno preso accordi per a Bri.

Si tratta quindi di un’abile mossa di soft power, relativamente a basso costo, e la cui utilità viene spesso gonfiata rispetto a quella effettiva: alcuni paesi europei, come la Spagna e i Paesi Bassi, hanno infatti ritirato i Dpi importati dalla Cina, mentre il Kenya ha rifiutato l’ulteriore utilizzo di mascherine donate da Pechino dopo che si è scoperto che erano di qualità scadente. Anche la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha trovato almeno un caso in cui un’azienda cinese ha intenzionalmente contraffatto le mascherine facendole passare come N95, suggerendo quindi che il problema della qualità sia diffuso e occasionalmente intenzionale.