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Sono passati più di tre mesi da quando l’ambasciatore Luca Attanasio, nostro rappresentante diplomatico nella Repubblica Democratica del Congo, e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono deceduti a seguito di un agguato nella provincia del North Kivu. Assieme a loro è morto anche l’autista congolese Mustapha Milambo. Da allora è stato registrato soltanto qualche passo in avanti nelle indagini, ma gli assassini non hanno ancora né un nome e né un volto. Si è parlato nei giorni scorsi di sospetti, lo ha fatto in primo luogo il presidente congolese Félix Tshisekedi, ma il quadro non sembra abbastanza chiaro. Su quella tragica vicenda di recente è tornata nuovamente la politica. Il 14 maggio scorso infatti il vice ministro degli Esteri, Marina Sereni, ha risposto a un’interrogazione relativa alle responsabilità sulla sicurezza dell’ambasciatore. Le sue frasi hanno innescato non poche polemiche.

Il punto sulle tre indagini

L’agguato è scattato nella mattinata del 22 febbraio. L’ambasciatore Luca Attanasio stava viaggiando in un convoglio del Programma Alimentare Mondiale (Pam) da Goma, capoluogo del North Kivu, alla città di Rosthuru. Il mezzo con a bordo il rappresentante diplomatico, scortato dal carabiniere Vito Iacovacci, è stato raggiunto da alcuni colpi di arma da fuoco mentre percorreva la N2, la strada adiacente al Virunga National Park. Il militare di scorta sarebbe morto sul colpo, Attanasio invece almeno 50 minuti dopo rendendo vana la corsa nell’ospedale di Goma. Questo è il primo responso dato dalle autopsie. Da quel momento sono state aperte tre inchieste. La prima, già ufficialmente consegnata alle autorità italiane, è delle Nazioni Unite. L’evento a cui l’ambasciatore stava per partecipare era organizzato dal Pam, la quale è un’agenzia dell’Onu. Da qui l’apertura del fascicolo in seno al palazzo di Vetro. Il 20 marzo da qui è arrivata la notizia della conclusione delle indagini. Il fascicolo è stato messo a disposizione del nostro Paese, tuttavia i contenuti, su espressa richiesta dell’Onu, non devono essere divulgati per via della sensibilità di alcuni dati contenuti.

C’è poi l’indagine in corso in Congo. E qui la situazione è ancora più delicata. Basti pensare che il primo magistrato congolese a prendere in mano l’inchiesta è stato assassinato il 5 marzo scorso, dunque due settimane dopo l’agguato fatale all’ambasciatore. Si chiamava William Assani e l’auto nel quale viaggiava, anche in questo caso da Goma a Rosthuru, è stata raggiunta da proiettili sparati lungo la N2. L’inchiesta però sta andando avanti. Ad oggi ci sono diversi punti chiave che hanno aiutato a capire quanto meno la dinamica dell’azione contro Attanasio. In particolare, l’assalto non è stato organizzato dai gruppi che da anni nella zona lottano per il controllo del territorio. Dunque, l’imboscata non è stata opera né delle Forze Democratiche Ruandesi (Fdlr), né dei miliziani jihadisti stanziati da diverso tempo più a nord del luogo dell’agguato. Ad agire invece sono state bande di criminali il cui unico scopo era rapire un occidentale a scopo estorsivo. Una circostanza confermata dallo stesso presidente Tshisekedi nei giorni scorsi durante un’intervista rilasciata sul sito Actualité: “Le indagini continuano – ha dichiarato il capo dello Stato congolese – sono stati arrestati alcuni sospetti: vengono interrogati e dietro di loro c’è sicuramente un’intera organizzazione. Sono banditi di strada organizzati in gang, sicuramente hanno chi li guida. Dobbiamo risalire a questa catena”. Gli arresti di cui ha parlato Tshisekedi però non sarebbero recenti ma, al contrario, risalirebbero al mese di marzo. Una precisazione resa nota da fonti governative italiane dopo l’intervista del presidente congolese.

Il terzo fascicolo è stato aperto a Roma. Le indagini nella capitale sono coordinate dal procuratore Michele Prestipino, assieme ai pm Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti. Agli atti è stata acquisita la testimonianza di un italiano superstite dell’agguato, ossia il vice direttore di Pam in Congo, Rocco Leone. Quest’ultimo ha raccontato del sequestro dell’ambasciatore e del tentativo di fuga di Attanasio coperto dal carabiniere Iacovacci. Sarebbero partiti proprio in quel frangente i colpi fatali a entrambi. A Roma si sta indagando su due binari: da un lato si sta provando a dare un nome e un volto agli assassini, dall’altro si sta affrontando la questione relativa alla sicurezza. Capire cioè se ci sono state falle nei sistemi di protezione del nostro ambasciatore.

Il discorso relativo alla sicurezza

Proprio la sicurezza sta rappresentando un fronte molto caldo. A livello investigativo, gli inquirenti si sono trovati davanti a un rebus: a chi faceva capo la responsabilità? In ballo potrebbe esserci il ministero degli Esteri. Ma al tempo stesso c’è chi ha puntato il dito contro il Pam e dunque l’Onu, visto che il convoglio era delle Nazioni Unite. Il Palazzo di Vetro potrebbe essere tirato in ballo anche per la presenza nella regione del North Kivu di migliaia di caschi blu della missione Monusco. Infine c’è la possibile responsabilità del governo locale. La questione non è semplice da risolvere: Farnesina, Onu e governo congolese hanno tre distinti protocolli di sicurezza, difficile comprendere in primo luogo quale doveva essere applicato. Sotto il profilo politico, a marzo sulla vicende è stata presentata un’interrogazione al Senato da parte Claudio Barbaro e Isabella Rauti, esponenti di Fratelli d’Italia. I due hanno chiesto dettagli sui livelli di sicurezza del corpo diplomatico in Congo e sulle possibili responsabilità della morte di Attanasio.

Per il governo a rispondere è stato il vice ministro degli Esteri Marina Sereni: “L’ambasciatore d’Italia a Kinshasa (Repubblica democratica del Congo) è la figura individuata quale datore di lavoro – si legge nella risposta pubblicata il 14 maggio – cui spettano, nell’ambito della propria autonomia gestionale e finanziaria, la valutazione dei rischi ed ogni opportuno intervento a mitigazione degli stessi, con pieni poteri organizzativi e di spesa”. Sereni ha fatto riferimento, tra le altre cose, anche al decreto del Presidente della Repubblica n. 54/2010, la norma che regola l’autonomia gestionale e finanziaria delle rappresentanze diplomatiche. La risposta data dalla rappresentante del governo ha innescato la reazione di Barbaro e Rauti: “La tesi sostenuta dal governo –si legge in una nota dei due senatori – è sconcertante, avvilente e denigratoria per memoria di due Servitori dello Stato. Le norme riportate a sostegno delle tesi in risposta, assegnano allo stesso Attanasio le responsabilità tipiche del datore di lavoro. È altresì da ricordare come lo stesso ambasciatore, nel novembre del 2018, chiese il rafforzamento del proprio assetto di protezione ravvicinata: come mai lo chiese se aveva ampi poteri decisionali e di spesa in materia di sicurezza?”.