7 ottobre, un anno dopo – L’Italia e il suo Governo alla prova della guerra di Gaza

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Politica /

A un anno dallo scoppio della guerra a Gaza, oramai estesasi a conflagrazione regionale, la posizione dell’Italia si può riassumere attorno a tre linee guida strategiche: cautela diplomatica e bilanciamento; sponda tra Europa e Usa come punti di riferimento; incertezza sulla possibilità di compiere passi in avanti eccessivi sul fronte strategico.

L’Italia alla prova di Gaza

Roma non è stata in campo europeo certamente una nazione come la Spagna, che ha preso le difese della causa palestinese arrivando a riconoscere l’ambasciatore dell’Autorità Nazionale in sfida a Benjamin Netanyahu, ma nemmeno come la Germania, il cui sostegno a Tel Aviv è andato ben oltre la giusta condanna dei massacri di Hamas nello Stato Ebraico.

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La cautela diplomatica e il bilanciamento sono stati la linea-guida del presidente del Consiglio Giorgia Meloni nei confronti della posizione di Israele e delle autorità palestinesi. Il capo del governo, che ideologicamente ha a lungo visto il conservatorismo nazionale del primo ministro israeliano come un punto di riferimento, ha mantenuto operativa una linea di confronto diretto con Netanyahu e sostenuto, in una prima fase le mosse di Israele. Ma Meloni, sostenuta in tal senso da Antonio Tajani, ministro degli Esteri, e Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha col passare dei mesi spinto l’Italia a fissare diverse linee rosse per Israele.

L’Italia ha preso duramente posizione contro le mosse di Israele in più occasioni a partire da maggio. Mentre si preparava l’assedio di Rafah, Crosetto ha dichiarato: “C’è una situazione sempre più difficile in cui il popolo palestinese viene schiacciato senza riguardo per i diritti di uomini, donne e bambini innocenti che non hanno nulla a che fare con Hamas, e questo non può più essere giustificato”. In precedenza, Meloni e il governo avevano rifiutato la nomina di Benny Kashriel, sindaco della città di Ma’ale Adumim, colonia illegale di Israele in Cisgiordania, alla carica di ambasciatore a Roma. E sul fronte palestinese, Mohammad Mustafa, premier dell’Anp dalla scorsa primavera, è stato ricevuto con tutti gli onori del capo di governo a Roma a maggio.

Tra Europa e Usa

Roma, e veniamo al secondo punto, come riferimento oscilla tra la linea europea e quella statunitense. Soprattutto nella definizione della scala delle priorità per Israele e Palestina, in virtù della carica di presidente di turno del G7, Roma ha interiorizzato le priorità di entrambe le cancellerie di riferimento. A inizio guerra il governo Meloni ha sospeso i finanziamenti all’agenzia Unrwa dopo che Israele aveva accusato molti suoi membri di aver partecipato ai massacri del 7 ottobre.


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Dopo che la notizia si è rivelata senza fondamento, Tajani ha annunciato la riapertura dei finanziamenti italiani all’Unrwa e l’aumento da 20 a 30 milioni di euro del finanziamento al progetto Food for Gaza. In sede G7, l’Italia ha seguito l’iniziativa Usa che invitava a dare per assodata la compattezza della linea di sostegno dell’Iran ad Hamas contro Israele, inserendone la condanna nel comunicato finale del vertice di Capri dei ministri degli Esteri del gruppo ad aprile.

In mezzo, molte prese di posizione su diversi punti che mostrano un’attenzione del sistema-Paese al futuro della regione. L’Italia ha annunciato di voler curare un centinaio di bambini gazawi nei suoi ospedali, che stanno arrivando nel nostro Paese per cure specialistiche, ha schierato la nave-ospedale “Vulcano” nella regione e sta ragionando con gli Usa a una possibile missione di pace internazionale a Gaza per il dopoguerra in cui anche i Carabinieri e l’Esercito Italiano potrebbero essere chiamati in causa.

Cautele dell’Italia tra Israele e Palestina

Dunque, una posizione cauta che mira a conciliare la triplice esigenza della tenuta della consolidata amicizia con Israele, con cui dall’energia ai chip passando per le tecnologie per la Difesa e la ricerca gli interessi comuni sono molti anche in campo economico, del sostegno alla linea diplomatica ufficiale della soluzione a due Stati e dell’attenta spinta a condannare gli attacchi ai civili in maniera coerente, denunciando sia i massacri di Hamas nello Stato Ebraico che l’accanimento della rappresaglia israeliana sui palestinesi.

A questa linea, però, potenzialmente Roma potrebbe aggiungere qualcosa di più. E veniamo al terzo scenario della linea italiana, quello dell’incertezza strategica. L’Italia si sta, con attenzione, muovendo su un terreno irto e pieno d’insidie ma può, in prospettiva, giocare un ruolo come attore di bilanciamento nell’area mediorientale. A Gaza e non solo. Meloni e il suo governo devono e possono osare di più, prendere rischi calcolati e ambire a una leadership europea nell’approccio alla crisi di Gaza. A maggior ragione ora che l’escalation del conflitto porta l’Italia in prima fila, da Paese a capo della missione Onu Unfil resa precaria dall’aggressione israeliana al libano.

Perché l’Italia deve osare di più per la pace

L’Italia può rafforzare il suo ruolo nel quadro dei colloqui di pace su Gaza, come facilitatrice: alleata degli Usa, in ottime relazioni con Egitto e Qatar, ha spazio di manovra per favorire le mosse dei tre mediatori. Ha, inoltre, la possibilità di fare sponda con la diplomazia pontificia replicando uno schema che nell’evacuazione dei bambini gazawi è stato ben sperimentato. Inoltre, l’Italia ha una profondità strategica nella regione garantita dalla presenza di un contingente militare in Iraq, dal graduale riavvicinamento diplomatico alla Siria di Bashar al-Assad e dalla scelta di non chiudere i ponti negoziali con l’Iran che può rendere l’immagine dell’Italia gradita e non ostile come possibile volto dell’Europa in un Medio Oriente conteso.

Uniamo a ciò il fatto che la crisi mediorientale è solo una parte di un doppio arco di tensione che va dal Sahel all’Ucraina, passando per il Mar Rosso e il Medio Oriente, e che dalla tenuta geopolitica della regione saranno determinate le future rotte strategiche dell’interesse nazionale. La tenuta degli equilibri nel Mediterraneo; la possibilità di riavere commerci floridi e dinamici tra Mediterraneo, Mar Rosso e Oceano Indiano, vitali per un’economia di trasformazione come quella italiana; la governance dei flussi migratori e dell’allarme securitario che gli afflussi in Europa di ondate di sfollati in fuga dalle guerre di Israele può sdoganare; in prospettiva, la credibilità della proiezione di Roma in una fase in cui il Piano Mattei per l’Africa dipenderà, per la sua attuazione, dalla capacità dell’Italia di portare avanti la partnership in maniera seria.

E quale miglior modalità di un coinvolgimento più diretto nel teatro mediorientale come attore di pace? La tradizione italiana, da Giorgio La Pira a Bettino Craxi, passando per Aldo Moro e Giulio Andreotti, così ha voluto nel Medio Oriente contemporaneo. Con la giusta ambizione si può spingere politicamente su questo campo. Traendone, se possibile, anche dividendi non indifferenti.